L’educazione alla
mondialità non costituisce una
disciplina a sé stante, né ha tanto meno la presunzione di sostituirsi alle
materie curricolari. E’, al contrario, una
struttura che connette,
organizza i nessi, fa emergere e articola i collegamenti trasversali esistenti
– ma non sempre espliciti – fra i curricula
verticali dei diversi insegnamenti. In tal senso si pone al servizio,
integrandola, della didattica tradizionale, facendo della relazione – tra persone, metodi, tematiche e discipline –
l’orizzonte, il metodo e l'oggetto della propria ricerca.
In generale l’organizzazione di qualunque percorso formativo presuppone la
predisposizione di sfondi, attività ed esperienze che consentano al soggetto di
acquisire, sviluppare e manifestare intelligenze e competenze diversificate. In
tal senso l’educazione alla mondialità si
caratterizza come una proposta pedagogica, didattica ed esperienziale
organizzata intorno a valori di fondo e principi operativi in parte comuni ad ogni educazione in quanto
tale, e in parte suoi caratteristici:
● pensiero
critico, che attraverso la decostruzione di miti e stereotipi, promuova una
pedagogia della resistenza alla passività, all’alienazione e al conformismo;
● valorizzazione delle dinamiche divergenti (in merito a contenuti,
opinioni e differenti espressioni individuali), piuttosto che del consenso –
sia pure a sfondo cooperativo e solidaristico – quale obiettivo da perseguire a
tutti i costi nell’indagine comune;
● senso
della complessità, della struttura a rete dei fenomeni e del loro studio,
in un’ottica di approccio ai problemi di tipo sistemico-relazionale;
● ricerca e approfondimento di tipo analogico e metaforico (oltre
all’indispensabile messa in comune dei tradizionali contenuti di tipo storico,
politico, economico, statistico, ecc.), perseguiti anche mediante l’utilizzo di
materiali letterari, figurativi, poetici, musicali, coinvolgendo i vissuti
personali e la sfera emozionale e affettiva;
●
dinamismo identità/alterità, come affermazione parallela di un sé equilibrato
e del riconoscimento dell’altro, sperimentando un’accettazione non scontata (e
quindi superficiale e ideologica) della differenza, quanto piuttosto il valore
della diversità come sfida e risorsa da affrontare nel proprio quotidiano: un
percorso dalla chiusura, alla tolleranza, alla convivialità;
● ottica
multiculturale e interculturale, fondata sulla percezione dell’universalità
dei valori dell’essere umano e – nello stesso tempo – della contingenza storica
delle varie espressioni culturali particolari;
● allargamento dell’orizzonte esistenziale
alla dimensione planetaria e al senso dell’interdipendenza di ogni
individuo e di ogni popolo: dal localismo, alla prossimità, alla
transnazionalità;
● contiguità e intreccio dinamico tra dimensione cognitiva ed esistenziale,
per cui una conoscenza può considerarsi acquisita soltanto una volta che le sia
stato attribuito un senso, un significato per l’individuo;
● consapevolezza della responsabilità e della progettualità – individuali e sociali –
verso il futuro, personale, di gruppo e di specie;
● opzione
per la cooperazione piuttosto che per la competizione, riconoscendo ed
elaborando il conflitto, e – attraverso la distinzione tra aggressività
distruttiva o produttiva – sperimentando la gestione nonviolenta del conflitto
stesso.
Fonte Volint
http://www.volint.it/areavolint/educazione/didattica/mondialita/dialoghi/dialoghi.htm