NEWS!!! venerdì 30 luglio 2010
È tempo di una nuova obiezione di coscienza

Dal "Diario dello Sciame"

È tempo di una nuova obiezione di coscienza

Cari amici,

ci sono dei momenti in cui la coscienza va in rivolta.
Questi giorni è addirittura in subbuglio.
Il governo lo chiama “respingimento”. Loro sono i “clandestini”, gli “irregolari”, gli “extracomunitari”. Categorie non persone. Concetti non volti. Norme non storie umane.
Lo chiamano “respingimento” ma è solo un eufemismo per nascondere la logica di violenza. Pura violenza.
Una violenza stabilita ed esercitata dalle istituzioni del nostro Paese.

Rispedire al mittente non contrasta né le organizzazioni criminali né comprime il fenomeno della tratta di esseri umani. Semplicemente restituisce a un destino di morte vite che hanno commesso l’unico reato di ribellarsi alla loro sorte e mettersi alla disperata ricerca di opportunità di vita.
Quella violenza ci offende. Quella brutalità ci ferisce.
Perché a essere respinta lontana da noi stessi in fondo è la nostra umanità. A essere ricacciato è il nostro senso dell’inviolabile dignità delle persone. A essere scagliata via è l’idea civilissima secondo la quale ogni vita umana ha sempre una sovranità assoluta su qualsiasi legge e frontiera, e va difesa e accolta come ricchezza.
Un paese che perde la sua anima sfregia se stesso.
E il ministro ha definito “trionfo” l’esecuzione di diverse vite umane.

La mia coscienza è in rivolta perché non voglio, col mio silenzio, essere complice di questa volgarità. Non voglio restare indifferente a una politica che usa la disperazione di persone vere come mezzo per raggiungere la pancia del consenso elettorale.
Questo è tempo di una nuova obiezione di coscienza.
Per questo dichiaro e dico che: “Come cittadino e come amministratore mi rifiuterò di collaborare con qualunque iniziativa che non sia di accoglienza”.

Ciascuno dica la sua e se vuole risponda al blog questa volta semplicemente specificando nome, cognome e città e scrivendo “Come cittadino e come … mi rifiuterò di collaborare con qualunque iniziativa che non sia di accoglienza”.
Perché la forza dei segni è importante per dimostrare che c’è un’Italia che non vuole respingere la sua umanità.
Scegliamo il segno. Non semplicemente lo sfregio.

A presto

Guglielmo Minervini

P.s. È un appello aperto a tutti, se lo ritenete opportuno, potete far girare questa email anche ai vostri contatti.

 

61 anni fa la tragedia che colpì il Popolo palestinese: la Nakba

Infopal. "Il 14 maggio 1948 segna una data terribile per il popolo palestinese: la nascita dell’entità sionista sulle terre, sulle città e sui villaggi di Palestina. È la Nakba, il disastro: la pulizia etnica che rese possibile la creazione di uno stato ebraico in una zona dove i palestinesi (musulmani e cristiani) costituivano il 70% della popolazione totale.

Con la fine del mandato britannico sulla Palestina, là dove sarebbero dovuti nascere, secondo la risoluzione 181 dell’ONU (adottata il 29 novembre 1947), due distinti stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo-palestinese, ne vide ufficialmente la luce uno solo: Israele. Al popolo di Palestina, invece, fu negato ogni diritto di vivere libero e autonomo in un fazzoletto di terra a cui dare il nome di “patria”. Anche un’altra risoluzione ONU, la 194 dell’11 dicembre 1948, che sancisce il diritto dei profughi palestinesi a fare ritorno a casa, non è mai stata rispettata.

"Tutto questo suona ancora più inspiegabile se si pensa che gli ebrei che formarono lo stato d’Israele non erano la popolazione autoctona della regione, bensì degli immigrati, giunti appositamente a ri-occupare quella che, secondo il loro punto di vista, sarebbe stata un tempo “la loro terra”. Gli arabi della Palestina furono così scacciati dalle case dove abitavano da generazioni e generazioni, da centinaia e centinaia di anni, e questo proprio in un periodo in cui, in altre parti del mondo, la fine formale del colonialismo vedeva la nascita di paesi indipendenti in base al principio del dover essere “padroni a casa propria”. Perché questo in Palestina non accadde? Perché gli ebrei strapparono questa terra ai suoi legittimi abitanti e nessuno li punì?".

La Nakba palestinese: i dati 

1,4 milioni di palestinesi hanno vissuto nella Palestina storica, prima della Nakba del 1948.

Il 93% della Palestina, dall’inizio del protettorato inglese, era abitata dai palestinesi.      

Il 7% della Palestina storica, al momento della decisione di dividerla nel novembre 1947, era sotto il controllo sionista.

Risoluzione ONU 181 (1947)

Il 56% della Palestina storica è stata assegnata allo “stato ebraico” in base alla decisione di dividerla presa nel novembre 1947.

Circa il 50% (497.000 individui) degli abitanti dello “stato ebraico” proposto erano arabi palestinesi.

Circa 80% della terra dello “stato ebraico” proposto era di proprietà palestinese.

725.000 arabi palestinesi contro 10.000 ebrei abitavano nello “stato arabo” proposto in base alla risoluzione della divisione.

Nakba

531 tra villaggi e città palestinese sono stati distrutti completamente durante la Nakba.         L’85% degli abitanti della superficie della Palestina sulla quale è stata costituita Israele (più di 840.000 abitanti) sono stati cacciati durante la Nakba.

Il 93% della terra di Israele sarebbe di proprietà dei profughi palestinesi.

1.717.800 ettari appartenenti ai Palestinesi sono stati sequestrati da Israele nel 1948.

Israele è stata costituita sul 78% della Palestina storica occupata nel 1948.

Solo 150.000 palestinesi sono rimasti nelle zone sulle quali è stata costituita Israele.

30.000 – 40.000 palestinesi sono stati uccisi durante le operazioni di pulizia etnica.

400.000 palestinesi, un terzo della popolazione locale, sono stati eliminati entro la primavera del 1948.

199 villaggi palestinesi (33.696,4 ettari) sono stati evacuati prima della primavera del 1948.

15.000 palestinesi sono stati uccisi durante la Nakba.

Più di 50 sono i massacri “documentati” ai danni dei palestinesi nel 1948.

70.000 ettari sono stati sequestrati ai palestinesi dal 1948 al 1967.

Il 70% dei territori appartenenti ai palestinesi sono passati nelle mani sioniste dal 1948 all’inizio degli anni Cinquanta.

Il 70% dei territori appartenenti ai palestinesi che sono rimasti all’interno di Israele sono passati nelle mani sioniste dal 1948 al 2000.

Attualmente il 75% dei palestinesi sono profughi espulsi dalla loro terra.

Circa il 50% del totale dei palestinesi vivono in esilio dalla Palestina storica.

Circa il 10% della Palestina storica appartiene oggi ai palestinesi.

  Il brano in corsivo e i dati sono tratti dal libro "Nakba. La tragedia del 1948", edizioni Al Hikma (61° anniversario della Nakba: il libro.) 

............

Ieri sera, in occasione della ricorrenza, il ministro della Guerra israeliano, Ehud Barak, ha annunciato la chiusura della Cisgiordania, per "timore di attacchi palestinesi contro Israele".

Una portavoce militare ha spiegato che le restrizioni di movimento non coinvolgeranno le aree all'interno della Cisgiordania, ma i palestinesi in possesso di carta di identità di Gerusalemme e quelli con permessi di transito.

  Mentre i palestinesi ricordano la tragedia che li travolse, 61 anni fa, gli israeliani celebrano il "giorno dell'Indipendenza" (che quest'anno è caduto il 29 aprile). L'indipendenza in una terra abitata da tempo immemorabile da altri: i palestinesi musulmani-cristiani-ebrei.

fonte: http://www.infopal.it/leggi.php?id=11226

Claudio segnala anche:

http://www.alnakba.org/photo/photo.htm

http://www.youtube.com/watch?v=9EAmtgfPz-k

La Dichiarazione di Assisi

Di fronte ai respingimenti illegali e inumani che sta effettuando il governo italiano, i partecipanti al Meeting  nazionale “per un’Europa di Pace”, che si è svolto nella città di San Francesco d’Assisi dall’8 al 10 maggio 2009 per iniziativa della Tavola della pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

 

 

Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità.

Questi fatti ci offendono

e ci feriscono!

Chi non riconosce i diritti degli altri non riconosce neanche i nostri

 

 

“La decisione del governo italiano di respingere i disperati che fuggono dalla guerra, dalle torture, dalla fame e dalla miseria ci fa male, ci offende e ci ferisce. Non parliamo di immigrati ma di persone, donne, uomini e bambini. Hanno paura, freddo e fame. Ci chiedono asilo e protezione e li respingiamo senza pietà.

 

Come italiani, proviamo vergogna. Nessun governo si può permettere di venire meno ai doveri di solidarietà, di accoglienza e di difesa dei diritti umani che sono iscritti nella nostra carta Costituzionale e nel diritto internazionale dei diritti umani. Nessun governo può togliere a nessuno il diritto al cibo, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso.

 

Questi fatti ci offendono e ci feriscono. Così come ci sentiamo offesi e feriti da tutte quelle leggi, quei provvedimenti, quelle dichiarazioni, quelle parole velenose che stanno alimentando nel nostro paese un clima di violenza, discriminazioni, intolleranza, insofferenza, razzismo, divisione e insicurezza.

 

Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità. Non possiamo accettarlo. Senza umanità saremo tutti più poveri, insicuri e indifesi. Solo riconoscendo agli altri i diritti che vogliamo siano riconosciuti a noi, riusciremo a vivere meglio.

 

Per questo, mentre alcuni costruiscono muri e scavano fossati tra di noi e il resto del mondo, noi ci impegniamo ad aprire le nostre città e comunità locali, a renderle sempre più accoglienti e ospitali per tutti, per chi ci è nato e per chi è arrivato da poco. Le città in cui vogliamo vivere sono le città dei diritti umani. Città belle, accoglienti, dove si vive bene perché ci si aiuta l’un l’altro.”

 

I partecipanti al Meeting  nazionale “per un’Europa di Pace” promosso dalla Tavola della pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani

 

Assisi, 10 maggio 2009

La costituzione ed i diritti dei cittadini migranti

Kenda Onlus - Cooperazione tra i Popoli si associa all'appello di PeaceLink:

Comunicato stampa

PeaceLink ritiene illegale e vergognoso il respingimento in Libia degli
immigrati, in violazione delle convenzioni internazionali e
dell'articolo 2 della Costituzione italiana: "La Repubblica riconosce e
garantisce i diritti inviolabili dell'uomo".

E' la prima volta che accade in Italia. Lo afferma lo stesso Maroni:
"Vorrei confermare una notizia che è apparsa oggi e che è davvero molto
importante perché rappresenta una svolta nel contrasto all'immigrazione
clandestina: per la prima volta nella storia siamo riusciti a rimandare
direttamente in Libia i clandestini che abbiamo trovato ieri in mare su
tre barconi. Non è mai successo, fino ad ora dovevamo prenderli,
identificarli e rimandarli nelle nazioni di origine. Per la prima volta
la Libia ha accettato di prendere cittadini extracomunitari che non sono
libici ma che sono partiti dalle coste libiche". (1)

La cosa paradossale è che il ministro Maroni entra in contrasto con la
stessa Polizia di Stato che nel suo sito web ha pubblicato una pagina
sul diritto di asilo in cui si legge: "In base alla Convenzione di
Ginevra, la richiesta di asilo politico, può essere presentata dal
cittadino straniero all'ufficio di polizia di frontiera, al momento
dell'ingresso in Italia". (2)

Il Ministro degli Interni Maroni invece, violando la Convenzione di
Ginevra, si vanta di respingere in Libia gli immigrati.

Vorremmo ricordare che in passato vi è stato un bombardamento, sempre di
quelli "umanitari", dei caccia Usa contro di "dittatore Gheddafi", che
ora invece è nostro alleato nella "pulizia" delle coste.

Vorremmo ricordare che, sempre per ragioni "umanitarie", andiamo a
sparare e bombardare in Afghanistan. Per "ridare i diritti umani" agli
afghani.

Ora tutta questa messa in scena diventa patetica, oltre che disgustosa.
Esibiamo intenti di redenzione dell'umanità con missioni militari
all'estero per poi mostrare un assoluto dispregio dei diritti degli
uomini che si avvicinano alle nostre coste fuggendo dalla miseria e
dalle dittature. E offriamo nelle mani di un dittatore coloro di cui ci
vogliamo sbarazzare.

Catalogare come "clandestini" quei migranti che fuggono da violenze o
persecuzioni è ridicolo: come fuggivano gli ebrei dal nazismo se non
clandestinamente?

Con ministri come Maroni "clandestino" rischia di diventare in Italia il
senso della legalità e della solidarietà.

Concludiamo, per i ragazzi che ci stanno leggendo, queste semplici
informazioni che potete trovare sulla Wikipedia.

"Hanno diritto di asilo i "rifugiati". Quello di "rifugiato" è uno
status riconosciuto, secondo il diritto internazionale (art. 1 della
Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati del 1954), a
chiunque si trovi al di fuori del proprio paese e non possa ritornarvi a
causa del fondato timore di subire violenze o persecuzioni. Il
riconoscimento di tale status giuridico è attuato dai governi che hanno
firmato specifici accordi con le Nazioni Unite, o dall’UNHCR secondo la
definizione contenuta nello statuto dell’Alto Commissariato". (3)

C'è un governo che fa affidamento su chi ignora queste cose.
PeaceLink fa affidamento su chi le conosce e vuole che i diritti umani
vivano nel cuore delle persone. Perché se si spegne il senso della
solidarietà e dell'indignazione muore il futuro.



Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink
http://www.peacelink.it




(1) http://www.adnkronos.com/IGN/Politica/?id=3.0.3287347037
(2)
http://poliziadistato.it/articolo/212-Richiesta_di_asilo_politico
(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_di_asilo

la Dichiarazione di Assisi

Di fronte ai respingimenti illegali e inumani che sta effettuando il governo italiano, i partecipanti al Meeting  nazionale “per un’Europa di Pace”, che si è svolto nella città di San Francesco d’Assisi dall’8 al 10 maggio 2009 per iniziativa della Tavola della pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

 

 

Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità.

Questi fatti ci offendono

e ci feriscono!

Chi non riconosce i diritti degli altri non riconosce neanche i nostri

 

 

“La decisione del governo italiano di respingere i disperati che fuggono dalla guerra, dalle torture, dalla fame e dalla miseria ci fa male, ci offende e ci ferisce. Non parliamo di immigrati ma di persone, donne, uomini e bambini. Hanno paura, freddo e fame. Ci chiedono asilo e protezione e li respingiamo senza pietà.

 

Come italiani, proviamo vergogna. Nessun governo si può permettere di venire meno ai doveri di solidarietà, di accoglienza e di difesa dei diritti umani che sono iscritti nella nostra carta Costituzionale e nel diritto internazionale dei diritti umani. Nessun governo può togliere a nessuno il diritto al cibo, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso.

 

Questi fatti ci offendono e ci feriscono. Così come ci sentiamo offesi e feriti da tutte quelle leggi, quei provvedimenti, quelle dichiarazioni, quelle parole velenose che stanno alimentando nel nostro paese un clima di violenza, discriminazioni, intolleranza, insofferenza, razzismo, divisione e insicurezza.

 

Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità. Non possiamo accettarlo. Senza umanità saremo tutti più poveri, insicuri e indifesi. Solo riconoscendo agli altri i diritti che vogliamo siano riconosciuti a noi, riusciremo a vivere meglio.

 

Per questo, mentre alcuni costruiscono muri e scavano fossati tra di noi e il resto del mondo, noi ci impegniamo ad aprire le nostre città e comunità locali, a renderle sempre più accoglienti e ospitali per tutti, per chi ci è nato e per chi è arrivato da poco. Le città in cui vogliamo vivere sono le città dei diritti umani. Città belle, accoglienti, dove si vive bene perché ci si aiuta l’un l’altro.”

 

I partecipanti al Meeting  nazionale “per un’Europa di Pace” promosso dalla Tavola della pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani

 

Assisi, 10 maggio 2009

In ricordo di Augusto Boal

Roma, 3 mag. (Apcom) - E' morto in ospedale a Rio de Janeiro dopo una lunga malattia il famoso regista teatrale, drammaturgo e saggista brasiliano Augusto Boal. Aveva 78 anni. E' nella storia del teatro per aver dato vita negli anni Sessanta al "teatro degli oppressi". Per il suo impegno politico fu costretto all'esilio negli anni della dittatura militare. Negli anni Settanta il cantautore Chico Buarque, anche lui in esilio, compose la canzone in forma di lettera "Meu caro amigo" proprio in omaggio a Boal.

Roberto Mazzini

Cari Amici,
come mi ha chiesto Francesco, ho piacere a rendervi partecipi del dolore per la scomparsa di un padre (per tanta gente). La sua vita adesso più che mai è una conferma per me dell'impegno ad un lavoro di sostanza e di senso per un mondo migliore. E' un esempio: è morto un gigante della Cultura di tutti i tempi, e nessuno almeno qui in Italia ne ha parlato. Per chi non sa chi fosse, dico solo che è morto un Grande e un benefattore della statura di Brecht, con una marcia in più. Continuavamo a sentirci e a fare progetti, tramite un amica comune (nonostante fosse probabilmente già malato di leucemia). Vi allego su il suo ultimo messaggio, se avete bisogno della traduzione fatemelo sapere scrivendomi a renatocurci@patapim.com.
Un abbraccio grande a tutti voi.
Renato

MENSAJE DE AGUSTO BOAL

Todas las sociedades humanas son espectaculares en su vida cotidiana y producen espectáculos en momentos especiales. Son espectaculares como forma de organización social y producen espectáculos como este que ustedes han venido a ver.
Aunque inconscientemente, las relaciones humanas se estructuran de forma teatral: el uso del espacio, el lenguaje del cuerpo, la elección de las palabras y la modulación de las voces, la confrontación de ideas y pasiones, todo lo que hacemos en el escenario lo hacemos siempre en nuestras vidas: ¡nosotros somos teatro!
No sólo las bodas y los funerales son espectáculos, también los rituales cotidianos que, por su familiaridad, no nos llegan a la consciencia. No sólo pompas, sino también el café de la mañana y los buenos días, los tímidos enamoramientos, los grandes conflictos pasionales, una sesión del Senado o una reunión diplomática; todo es teatro.

Una de las principales funciones de nuestro arte es hacer conscientes esos espectáculos de la vida diaria donde los actores son los propios espectadores y el escenario es la platea y la platea, escenario. Somos todos artistas: haciendo teatro, aprendemos a ver aquello que resalta a los ojos, pero que somos incapaces de ver al estar tan habituados a mirarlo. Lo que nos es familiar se convierte en invisible: hacer teatro, al contrario, ilumina el escenario de nuestra vida cotidiana.
En septiembre del año pasado fuimos sorprendidos por una revelación teatral: nosotros pensábamos que vivíamos en un mundo seguro, a pesar de las guerras, genocidios, hecatombes y torturas que estaban acaeciendo, sí, pero lejos de nosotros, en países distantes y salvajes. Nosotros que vivíamos seguros con nuestro dinero guardado en un banco respetable o en las manos de un honesto corredor de Bolsa, fuimos informados de que ese dinero no existía, era virtual, fea ficción de algunos economistas que no eran ficción, ni eran seguros, ni respetables. No pasaba de ser mal teatro con triste enredo, donde pocos ganaban mucho y muchos perdían todo. Políticos de los países ricos se encerraban en reuniones secretas y de ahí salían con soluciones mágicas. Nosotros, las víctimas de sus decisiones, continuábamos de espectadores sentados en la última fila de las gradas.
Veinte años atrás, yo dirigí Fedra de Racine, en Río de Janeiro. El escenario era pobre: en el suelo, pieles de vaca, alrededor, bambúes. Antes de comenzar el espectáculo, les decía a mis actores: “Ahora acaba la ficción que hacemos en el día a día. Cuando crucemos esos bambúes, allá en el escenario, ninguno de vosotros tiene el derecho de mentir. El Teatro es la Verdad Escondida.”

Viendo el mundo, además de las apariencias, vemos a opresores y oprimidos en todas las sociedades, etnias, géneros, clases y castas, vemos el mundo injusto y cruel. Tenemos la incumbe a nosotros el construirlo con nuestras manos entrando en escena, en el escenario y en la vida.

Asistan al espectáculo que va a comenzar; después, en sus casas con sus amigos, hagan sus obras ustedes mismos y vean lo que jamás pudieron ver: aquello que salta a nuestros ojos. El teatro no puede ser solamente un evento, ¡ es forma de vida!


Lettera: "Boal è morto"


Cari Roberto, Giulia, Alessandro e Francesco,
la morte di Augusto Boal è un duro colpo per me, come per tutti voi. Io mi ero abituato a sentirmi assistito come da una chioccia lontana, ma sempre presente nella mia vita. L'ho conosciuto quando avevo 16 anni, (quest'anno ne faccio 50), facendo uno stage di una settimana con lui a Bari. L'ho reincontrato nel 1982, a Salisburgo in Austria, e da quasi trent'anni accompagnava direttamente o indirettamente la mia esistenza, come quella di molti di noi credo, in una forma paterna che nutriva un'aspirazione, e mi rinforzava in questo mondo che tende costantemente a farci perdere le tracce di un sogno comune.
Adesso sono tanti i ricordi sparsi in questo cammino che è durato 26 anni.
Quello che mi viene alla mente ora è quando andai a Parigi a trovarlo, perché volevo lavorare con lui e il suo gruppo, e lui mi fece capire che dovevo tornare in Italia, al sud, e usare in maniera non ideologica i suoi strumenti per un lavoro comune con la mia gente. Perché andare a lavorare con lui a Parigi significava solo alimentare un bisogno di sicurezza borghese (anche se ci andavo con i miei risparmi), che cerca un papà che lo rassicuri, lasciando indietro i suoi fratelli. Qualche anno più tardi proprio a Parigi mi parlarono di Roberto e di Sigrid, e del buon lavoro che stavano facendo.
In questi anni ho imparato da lui a non usare troppo pedissequamente i suoi esercizi, ma a pormi in maniera creativa con il mio (nostro) lavoro. Ho imparato che il primo valore e senso del nostro lavoro è il pubblico, la gente che incontriamo, con i suoi bisogni e i suoi desideri. Così come ci insegna Gesù (Luca 9,13) prima della moltiplicazione dei pani e dei pesci, dicendo al ragazzo che gli chiedeva che fare con i due pani e pesci che aveva: "Dagli te stesso da mangiare".
Che è una frase con due significati ...
Paradossalmente proprio seguendolo ho imparato ad allontanarmi un po' da lui, e a sviluppare quel lavoro che adesso svolgo con i miei colleghi latinoamericani e (spero) italiani che di quando in quando collaborano alle nostre attività: cioè il lavoro sulle tecniche dei titeres corporales e su quelle forme di teatro poco verbale che sono la chiave di ingresso con le comunità che contattiamo, per creare quel clima di fiducia popolare che ci permette poi di intervenire con le varie tecniche del forum nei giorni e nei momenti successivi. Ed anche questa è una cosa che ho imparato a sviluppare anche grazie al fatto che A. si lamentava che prima di ogni incontro con le comunità, soprattutto con gruppi di uomini operai, il solo fatto di passare dietro le spalle di qualcuno di loro a volte creava imbarazzo nelle fasi iniziali di un incontro.
Per questo prima di ogni incontro "sociale" abbiamo imparato a fare uno spettacolino per far vedere al popolo chi siamo e che sappiamo fare, e che vogliamo servirli e si possono fidare.
A Lima poi facevamo il Patacultural varietè, dove prima di ogni incontro di giochi di improvvisazione con il pubblico, sviluppavamo una sorta di varietè dove ogni stile era permesso, dal teatro di parola e di impro poetica sino alle tecniche del circo. Ogni sabato e domenica, nel quartiere di Miraflores avveniva questo piccolo miracolo. Oggi assorbito dal mercato televisivo, e che è diventato già un altra cosa (ma i miei colleghi sono già altrove a continuare "la lotta" ...).
Sogno anche grazie a Lui, e con lui, un teatro che recuperi la totalità di un rapporto artistico, senza più distinzioni fra l'artistico e il sociale, e con tutte le età, come ho imparato a fare in America Latina, dove il pubblico è sempre misto, e comprende tutte le età.
Io attualmente uso gli esercizi-giochi, e allestisco qualche volta con i colleghi dei modelli di forum (interni o aperti poi al pubblico). Ma sono ormai fuori da quel settore esperenziale, perché lo sforzo con i colleghi latini per la creazione e lo sviluppo delle tecniche dei titeres corporales negli ultimi anni è stato intensissimo. Si tratta di tecniche paragonabili alle metodologie di alfabetizzazione di Freire, sia come valore artistico che pedagogico. E mi avvalgo della collaborazione dei colleghi che hanno continuato a sviluppare negli anni gli esercizi di Boal, e mi presto come attore poi nella fase del forum che termina i nostri spettacoli o progetti pedagogici nelle baraccopoli dove ho lavorato negli ultimi anni. Alternando il lavoro artistico nei festival esteri con lo spettacolo Manologias con il lavoro sociale, finanziato dal primo ...
Sto pensando adesso all'esempio che ci ha dato Augusto nel lasciare Parigi quando era già professore alla Sorbona, per ritornare a Rio nel lavoro nei quartieri poveri. E penso anche all'indifferenza e all'etichetta che certi colleghi gli avevano dato anche in Brasile, solo perchè era un figlio del suo tempo (lo accusavano di essere retrodatato per il suo fervore politico anni sessanta). Questo ve lo dico perché l'anno scorso ero a Belo Horizonte in un festival e alcuni colleghi brasiliani si esprimevano così sulla sua persona. Anche se poi proprio nello stesso festival ho conosciuto Carolina Garcia, sua giovane amica e collaboratrice, con cui adesso sono in stretto contatto.
Che mi diceva di stare tranquillo e di lasciarli dire, e mi raccontava che la sala di ingresso del CtO di Rio è piena di pupazzi e burattini di vario tipo, amatissimi dal gruppo e usati proprio ai fini di un coinvolgimento utile dei pubblici negli spettacoli.
Da soli non siamo niente, non possiamo fare niente, almeno nel nostro campo d'azione. E questa è una cosa che Augusto sapeva bene, nonostante la sua personalità da leader. E questo lo dico per me, e per noi. Già molti anni addietro notai a Bari quanto era diventato bravo Roberto nella gestione e nell'apprendimento di tutto l'arsenale del TdO, sono stato molto bene nel corso (di ripasso) che feci con Giulia a Bolzano, e spero che con Francesco possiamo sviluppare un discorso utile al sogno che ci accomuna. Che è il sogno di una vita, per cui vale la pena vivere. L'unico sogno possibile. Così come ci ha insegnato Augusto sino alla fine. Potrei scrivere altre cose, ma devo fermarmi qua perchè il quotidiano mi preme. Spero che quegli inevitabili individualismi che già ammorbano il TdO italiano e francese non inquinino troppo il lavoro di Augusto e di sua moglie Cecilia, e dal mio canto cercherò il più possibile di continuare seguendo il suo esempio (e non da solo ...).
Abbraccio forte chi condivide con me la sofferenza di questo grande vuoto che si è aperto. E seguimos adelante, perché è la miglior forma di tenerlo Vivo. E sono sicuro che lui e anche Lui ci aiuteranno ci sorrideranno e ci benediranno dall'altra parte ...
Vi mando forse il suo ultimo messaggio, che mi è stato inviato da Lima da Ana Santa Cruz (la mia collega della compagnia lasantarodilla), un mesetto fa. E' in spagnolo, se qualcuno ha difficoltà a leggerlo, scrivetemi che ve lo traduco.
Un abbraccio grande grande.
Renato (Curci)
P.s.: scusate le improprietà grammaticali e linguistiche, ma mo' (adesso) non ho voglia di rileggermi e correggerle ...
P.p.s.: sto scrivendo un manuale per l'uso (con una parte storica) del lavoro fatto in questi anni, che sarà pronto spero alla fine del 2010.

Info dal Comitato Palestina - Puglia
Comunicato del 19/04/2009

In seguito all’odg votato all’unanimità il 10 febbraio dal consiglio regionale pugliese, che impegnava tra l’altro le strutture sanitarie della regione a ospitare per cure mediche palestinesi feriti nel recente attacco militare israeliano nella striscia di Gaza,
venerdì 17 aprile si è tenuto un primo incontro di una delegazione del comitato (Ester Pignone, Monica D’Eramo, Andrea Catone, Salvatore Stasi) e del consigliere regionale firmatario dell’odg Cosimo Borraccino, con l’assessore regionale alle Politiche della salute, prof. Tommaso Fiore e il Direttore Generale dell’Agenzia Regionale Sanitaria, dott. Francesco Bux, per esaminare le modalità con cui mettere in atto gli impegni assunti con l’o.d.g.
L’assessore ha dichiarato la disponibilità ad effettuare cure mediche per i feriti più gravi nelle strutture ospedaliere della regione – eventualmente coordinandosi anche con altre regioni limitrofe – in particolare per interventi di chirurgia plastica. Nei prossimi giorni il comitato fornirà un primo elenco di feriti segnalati dalle strutture ospedaliere di Gaza perché l’assessorato avvii nei tempi più brevi, tutte le pratiche necessarie per il trasporto, l’ospitalità e la cura dei palestinesi feriti.






l'odg votato al consiglio regionale

Premesso che:
In questi giorni la Striscia di Gaza è stata trasformata in una trappola mortale: ci sono stati migliaia di morti e di feriti che moriranno nelle prossime ore, perché gli ospedali sono al collasso già da due anni a causa dell'embargo che ha bloccato anche i
medicinali.
I palestinesi di Gaza sono chiusi da ogni lato, dai militari israeliani e da quelli egiziani, impediti a uscire per cercare rifugio, alimenti, assistenza medica.
Dato che:
In questo momento drammatico, la crisi umanitaria a Gaza è totale. Riconosciuto che:
La vicenda del popolo palestinese vive un momento estremamente difficile dal quale potrebbe uscire ridotto ad una esclusiva questione umanitaria che negherebbe la sua aspirazione ad avere i diritti che spettano a ogni popolo.
Come riconosciuto dall'ONU!
Questa attività di sostegno al popolo palestinese non deve far perdere di priorità il fatto che la questione palestinese resta un nodo tutto politico e non umanitario.
IL CONSIGLIO REGIONALE DELLA PUGLIA IMPEGNA IL PRESIDENTE E L'INTERA GIUNTA REGIONALE
1) a dare il nostro contributo concreto ai Palestinesi di Gaza, a stanziare dei fondi straordinari per le spese di spedizione di vestiario e cibo raccolto tra la gente pugliese;
2) ad offrire nelle strutture sanitarie ospedaliere pugliesi, specifici posti letto destinati a questi feriti, soprattutto civili e bambini, che altrimenti diventerebbero presto incurabili.
F.to: Borraccino, Sannicandro, Manni, Lomelo, Mita, Maniglio, Taurino

per altre notizie in merito cfr. Puglia notizie, agenzia quotidiana di stampa del Consiglio regionale della Puglia -  nr. 615 del 26/02/2009 
http://www.consiglio.puglia.it
Difesa, Offesa o Business

18/01/2009

In queste ore in cui si parla di tregua unilaterale, in cui ci si dispera per la perdita di migliaia di vite umane, in cui la società civile mondiale prova a metabolizzare l'accaduto ed a reagire, in queste ore c'è anche chi, facendo la conta dei danni, stima la crescita dei propri profitti.

Vi proponiamo un articolo pubblicato su http://www.peacelink.it/palestina/

Intervista a Shir Ever, economista israeliano, membro dell'AIC.

L’altra faccia degli aiuti umanitari a Gaza

14 gennaio 2009 - Laura Conti
Fonte: Inchiostronline

La Striscia di Gaza, secondo le stime della Banca mondiale, è la regione che dipende maggiormente dagli aiuti esteri a causa della mancanza di infrastrutture produttive. Con l’inizio della guerra questi aiuti sono praticamente raddoppiati in pochi giorni. Shir Hever, economista israeliano dell’Alternative Information Center sostiene che il sistema degli aiuti finanziari ed umanitari a Gaza e in Cisgiordania, rappresenti un business particolarmente remunerativo per Israele e parla delle conseguenze economiche del conflitto scoppiato lo scorso 27 dicembre.

“L’assedio militare ha fatto impennare in pochi giorni la quantità di aiuti economici diretti a Gaza che passano per la frontiera israeliana. Perciò Israele trae profitto dalle tasse doganali mentre le compagnie private guadagnano sul trasporto e sullo stoccaggio dei beni. Inoltre, la maggior parte dei prodotti (cibo, petrolio, gas,

Mappa della Striscia di Gaza

Quindi ci sarebbero delle ragioni economiche dietro questo conflitto?
“Il fattore economico non credo sia il motivo principale, ma di fatto Hamas stava danneggiando il sistema di profitto di cui parlavo prima trasformando i fondi esteri in importazioni libere dal dazio israeliano e questo grazie ai famosi tunnel che collegavano la Striscia con l’Egitto. Questi passaggi rappresentavano un canale di importazione attraverso i quali la valuta israeliana veniva scambiata in moneta egiziana. Secondo me, non a caso sono stati tra i primi obiettivi dei bombardamenti”.

Qualcun altro trae profitto da questa guerra?
“Anzitutto le compagnie che producono armi sfruttano questo tipo di operazioni per testare i nuovi prodotti e, inoltre, usano le immagini girate durante le battaglie per promuoverli. L’incertezza causata da un conflitto in Medio Oriente fa crescere il costo del petrolio e ciò è determinante per le compagnie petrolifere proprio quando la crisi economica ha causato una forte riduzione della domanda di carburante”.

Qual è il costo di questa guerra per Israele?
“Il governo israeliano ha già speso circa 400 milioni di dollari per le spese militari. Bisogna anche considerare i costi di compensazione di coloro che vivono al confine con la Striscia e che a causa della minaccia dei razzi hanno perso giorni di lavoro o hanno subito danni alla proprietà per circa 120 milioni di euro. Infine, gli ufficiali dell’esercito, ad esempio, chiedono sempre un aumento di stipendio dopo ogni guerra, con un conseguente incremento del costo della difesa”.

E per i palestinesi della Striscia di Gaza?
“Per quanto riguarda la parte palestinese non parlerei di costi ma piuttosto di ‘danni’. Questo calcolo è più complesso e impossibile da fare mentre è in corso la guerra. Basandosi unicamente sull’aspetto economico senza considerare la perdita di vite umane possiamo parlare dei danni alle infrastrutture. Serviranno anni e miliardi di euro per ricostruire strade, case, scuole, strutture sanitarie e impianti idrici e elettrici. Poi ci sono le conseguenze di lungo periodo. Basti pensare alla riabilitazione dei feriti e delle centinaia di migliaia di bambini traumatizzati dai bombardamenti e che hanno vissuto per molto tempo senza cibo, acqua, cure mediche e naturalmente senza andare a scuola. La ridotta produttività di questa generazione influenzerà negativamente la futura crescita economica della Striscia di Gaza”.

Israele pagherà i danni di questa guerra?
“E’ presto dirlo. Certamente l’attacco è stato riconosciuto dalle Nazioni unite come illegale. Solo quando la comunità internazionale mediante la minaccia di pesanti sanzioni economiche pretenderà da Israele un risarcimento, forse questo comincerà a compensare una popolazione che ha colpito così duramente”.

Note:

Economista Israeliano, membro dell'Alternative Information Center

Superato il livello di decenza

17/01/2009

"Superato il livello di decenza". Colpita per la quarta volta una scuola Onu a Gaza. Usate armi proibite.

Mentre per Fini a superare "il livello della decenza" sarebbe la trasmissione di Santoro "Annozero" sul massacro di Gaza, le bombe israeliane colpiscono nuovamente una scuola ONU a Gaza. Ecco cosa è successo stamattina mentre il presidente della RAI Petruccioli aveva severamente criticato Santoro.

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Per la quarta volta dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza il fuoco israeliano colpisce una scuola gestita dall’Onu. Secondo le Nazioni Unite è accertata la morte di 2 ragazzi e il ferimento di almeno altre 14 persone. Sarebbero invece 6 le vittime stando al bilancio fornito dalle fonti mediche palestinesi. L’edificio di Beit Lahiya, nel
Nord della Striscia, era utilizzato come centro per accogliere gli sfollati.

Ma nell’attesa di un possibile cessate il fuoco le bombe continuano a fare morti in tutto il territorio palestinese. Almeno 4 i palestinesi morti negli oltre 50 raid che Israele ha lanciato nella nottata. 
 
Il bilancio di 3 settimane di combattimenti ha ormai raggiunto le 1.200 vittime, più di 400 sono bambini. I feriti sono 5.300 circa.

E si moltiplicano la accuse ad Israele per l’utilizzo di armi non convenzionali al fosforo bianco, vietate nelle aree densamente popolate dagli accordi internazionali e che causano ustioni su tutto il corpo.
Secondo i medici dell’ospedale Shifa di Gaza City l’impiego di queste armi è ormai talmente documentato – ad esempio dal gran numero di cadaveri completamente privi dei bulbi oculari – da essere un’evidenza.

Fonti:
http://www.euronews.net/it/article/17/01/2009/palestinians-die-as-israeli-shells-hit-un-run-school

www.peacelink.it

 

Testimonianze da Gaza - Palestina

Negli scorsi giorni avevamo provato a diffondere informazioni autentiche ed appelli su quanto sta accadendo a Gaza e i nostri mezzi di comunicazione più diffusa non vogliono raccontarci.

La Comunità Palestinese a noi più vicina, quella pugliese, si sta prodigando con ogni mezzo, impiegando ogni residuo di forza per parlare alla gente di Puglia e provare a svegliere la popolazione da un torpore mediatico che, anzichè stimolare sentimenti d'indignazione verso un attacco ingiusto, fa di tutto per giustificarlo.

Che siano i palestinesi a mobilitarsi potrebbe non essere un fatto rilevante, ma i loro appelli vengono accompagnati anche da quelli delle comunità ebraiche internazioni (http://www.ajjp.org/campaigns/signStatement.php?cid=15), così come dei refusnik, gli obiettori di coscienza israeliani, e dei componenti della società civile israeliana (http://it.peacereporter.net/articolo/13709/La+guerra+%E8+ogni+giorno).

Se vogliamo che non siano gli altri a dirci come vanno le cose, ma vogliamo ascoltare un nostro connazionale, allora prestiamo ascolto a quanto testimonia Vittorio Arrigoni, forse l'unico Italiano che in questi giorni drammatici sopravvive e lavora a Gaza.

da: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

I gironi danteschi di Gaza

Dante non avrebbe saputo immaginare gironi così infernali come le corsie dei dannati negli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al rovescio. Tanto più innocente è la vittima tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all' Al Auda, le piastrelle in ceramica dei pronti soccorsi sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran da fare a ripulirle dal sangue che gronda dall'incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati. Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante. Insieme ad altri passanti si era precipitato per prestare i soccorsi, mentre una secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli, e un altro passante che al pari di Iyad era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta, dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall' esercito di Tsahal. Si lancia un bomba, si attendo i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorsi. Per Iyad queste sono bombe americane ma portano l'autografo anche di Mubarack, il dittatore egiziano che qui Gaza fa concorrenza ad Olmert in capacità di catalizzare livore. Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto, non proferisce più parola, mi dicono abbia perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe di un intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza. Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell'ultima intifada. Come gratifica Tel Aviv non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua abitazione; presenta ferite su tutto il corpo da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere una volta dimesso dall'ospedale. Mi risponde dove sta ora la sua famiglia: per strada. Come la sua, numerose famiglie non sanno più dove rifugiarsi. I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita lo stipare un centinaio di persone in due appartamenti di 3 stanze ciascuno? Due bombe sull'abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie 7 suoi familiari, e anche due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice "ci hanno fatto fare un salto all'indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e la gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra". Un dottore mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli pervenire cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola. Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A 100 miglia dalla meta designata, in acque internazionali, sono stati intercettati da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da 3 settimane. A est di Jabilia, dinnanzi al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti sono divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse ferite; le ambulanze non possono sopraggiungere nell'aera perchè ovunque ci sono cecchini che sparano. I palestinesi sono esausti di schiattare nell'indifferenza generale, e diversi accusano anche croce rossa internazionale e Onu di non fare abbastanza. Di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell' ISM, a piedi, con delle barelle, laddove l'umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata. I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro hamas, mentre qua ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali, e c'è chi ancora si pronuncia sul diritto di Israele all'autodifesa. In qualsiasi stato che si definisce minimante civile, l'autodifesa è proporzionale all'offesa. In questi 20 giorni abbiamo contato 1075 vittime palestinesi, l'85% civili, più di 5000 feriti, dei quali più della metà sono minori di 18 anni. 303 i bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane. Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati, è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi se vuoi che se questa sproporzione fra difesa e offesa non vi riporta agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea. Ma veniamo al punto, di legittima difesa si tratta? Ai Marco Travaglio,  ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco, che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua fra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche il premio Nobel ed ex presidente USA Jimmy Carter. Dispiace, che giornalisti come Travaglio, su cui riponevamo la nostra stima perchè estremo baluardo di una informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano infiltati l'elmetto dell'IDF e intrattengo le masse dinnanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti, il tiro a segno sugli infanti. Batto i tasti in un ufficio dell'agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporters palestinesi vestono giubbotti antiproiettili ed elmetti. Non tornano ne stanno per recarsi dinnanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piano più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l'esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perchè sicuri. Stamane bombardato e distrutto anche l'edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi anche coi soldi del governo italiano. Berlusconi, esisti? Diversi i morti e feriti. John Ging, capo dell'UNRWA, agenzia dell'ONu per i profughi palestinesi, testimone oculare, parla chiaramente di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza city, un'ala ospedale Al Quds è in fiamme, imprigionata dentro insieme ad una quarantina fra medici e infermieri e un centinaio di pazienti anche Leila, nostra compagna dell'ISM. Ci ha raccontato per telefono le loro ultime drammatiche ore. Un carro armato è dinnanzi all'ospedale e cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutt'attorno la distruzione, nella notte hanno osservato dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi, e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere. L'inferno si è rivoltato e al suo centro nel cuore di Gaza, noi siamo i dannati di un odio inumano. Restiamo umani. Vik

Vittorio Arrigoni
Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com
telefono: 00972(0)59 8378945
 
Sempre di oggi 16 gennaio 2009 è la comunicazione di Luisa Morgantini, Vice Presidente del Parlamento Europeo che da sempre strenuamente si batte per la causa del popolo palestinese e per la pace in Tessa Santa.
 
Care tutte e tutti,
 
come vedete dal Comunicato che trovate qui di seguito stiamo lavorando affinché Israele risponda davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dei crimini di guerra commessi contro i civili di Gaza incluso l'utilizzo di armi non convenzionali.
 
Qui sotto vi metto anche il sunto del mio intervento nella sessione plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo, 15 gennaio 2009: purtroppo avevo a disposizione solo due minuti e mezzo.
In fondo a questa mail potete leggere l'intero dibattito avvenuto in plenaria con gli interventi di altri Parlamentari Europei.
 
Un abbraccio
 
Luisa Morgantini
 
Luisa MORGANTINI (GUE/NGL, IT) ha esordito citando un palestinese incontrato durante la sua recente visita di Gaza: «Hamas dirà che ha vinto quando sarà terminata questa aggressione, Israele dirà che ha vinto, in realtà siamo morti noi civili». A ciò la deputata ha aggiunto «che in realtà lì, con quei bambini e donne morti o che sono all'ospedale senza cure, muore il diritto, muore il sogno di un'Europa che vuole che i diritti umani siano diritti universali». E questo «è una tragedia».
Chiedendo il cessate il fuoco subito,  ha poi sostenuto che l'Europa è inefficace e che la guerra «non porta alla salvezza di Israele, ma alla sua fine anche morale».
 
Ha poi osservato che, oltre all'attività diplomatica, l'Europa deve utilizzare anche altri strumenti di pressione su Israele come ad esempio congelare il potenziamento delle relazioni con Israele. Riguardo alla protezione internazionale che deve essere inviata, la deputata ritiene un errore «pensare soltanto a Gaza e a Rafah  bisogna invece pensare anche ai confini  di Erez" sostenendo non sono gli Egiziani che bombardano ma gli  israeliani. Oltre all'eliminazione  del traffico di armi e dei tunnel, ha aggiunto, occorre cessare l'assedio di Gaza e riaprire tutti i valichi per le persone e le merci ed esercitare pressioni su Hamas affinché smetta di cercare di colpire la popolazione israeliana. In conclusione, ricordando che anche  la Cisgiordania è occupata militarmente, ha chiesto a Israele di  fermare la costruzione insediamenti. 

COMUNICATO STAMPA
(GUE/NGL)
di
LUISA MORGANTINI
Vice Presidente del Parlamento Europeo
 
Parlamento europeo, Gaza: cessate il fuoco immediato e fine dell'assedio
Strasburgo, 15 gennaio 2009
 
Cessate il fuoco immediato e permanente a Gaza, fine dell'assedio che "rappresenta una punizione collettiva contraria al diritto umanitario internazionale", riapertura di tutti i valichi per il passaggio di persone e merci da e per la Striscia e la riconferma della scelta di non procedere al voto per il potenziamento delle relazioni tra UE e Israele: sono questi i punti principali della risoluzione comune approvata oggi all'unanimità dalla plenaria del Parlamento Europeo.
 
Da diverse fonti si hanno notizie di Hamas che sarebbe pronto ad accettare la tregua ma Israele continua la sua aggressione: mentre i Parlamentari votavano per la risoluzione in cui si esprime ''sgomento dinanzi alle sofferenze della popolazione civile di Gaza'' condannando ''con forza'' il fatto che ''siano stati colpiti obiettivi civili e delle Nazioni Unite'', il quartier generale dell'UNRWA, agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi a Gaza city è stato colpito dalle bombe israeliane, che sono cadute anche su ospedali e centri della Mezzaluna Rossa Palestinese.
 
Il Parlamento Europeo chiede dunque con forza ad Israele di rispettare gli obblighi internazionali e il diritto umanitario, di garantire 'corridoi' per l'accesso degli aiuti alla popolazione civile e di consentire alla stampa di seguire gli eventi che avvengono dentro la Striscia. La risoluzione chiede anche ad Hamas di fermare il lancio di razzi sulla popolazione civile nel sud di Israele e di lavorare per l'unità politica e territoriale palestinese.
 
E' vergognoso che i gruppi PPE e UEN -per altro non seguiti da molti loro MEPs- abbiano chiesto un voto separato sul blocco di Gaza e sulla violazione da parte di Israele dei diritti umani: gli oltre 1000 morti e più di 4000 feriti a Gaza sono una tragedia e un crimine che non ammettono distinguo.
 
Noi aderiamo e sosteniamo invece l'appello di molte ONG Internazionali ed europee, di Premi Nobel per la Pace e di gran parte della società civile mobilitata in questi giorni per la pace, affinché Israele risponda davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dei crimini di guerra commessi contro i civili di Gaza -come richiesto anche dalla Commissione Diritti umani delle Nazioni Unite- e che un Tribunale internazionale verifichi anche se armi non convenzionali siano state usate dall'esercito israeliano nella Striscia.
 
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GAZA - PARLAMENTO EUROPEO
 
Dibattito in Plenaria a Strasburgo (14.1.2009)
 
Dichiarazione della Presidenza
 
Aprendo il dibattito, il Ministro degli esteri ceco, Karel SCHWARZENBERG, ha descritto la «drammatica situazione in Medio Oriente», soffermandosi sulla crisi umanitaria e sottolineando che «il 4 novembre dello scorso anno al personale delle ONG straniere non è stato garantito l'accesso a Gaza per consegnare e monitorare correttamente l'aiuto umanitario».A suo parere, «si comincia a delineare una soluzione alla crisi». Innanzitutto, ci deve essere «un incondizionato arresto degli attacchi missilistici da parte di Hamas verso Israele e la fine dell'azione militare di Israele per permettere la consegna degli aiuti umanitari, il ripristino dei servizi pubblici e le indispensabili cure mediche».
 
Ha anche sostenuto che «lo spiegamento di una missione internazionale per monitorare l'attuazione del cessate il fuoco ed agire da tramite per le due parti, potrebbe essere d'aiuto», sottolineando che «l'Unione europea è pronta a far ritornare i suoi osservatori». Il ministro ha anche ribadito che l'Unione è pronta a «aiutare qualsiasi governo palestinese che segua politiche e misure che riflettono i principi del Quartetto», ma «sono necessari ed urgenti sforzi maggiori delle parti per raggiungere una completa pace, basata sulla visione di una regione dove due Stati democratici, Israele e Palestina, vivano in pace, fianco a fianco, entro confini sicuri e riconosciuti».
 
Dichiarazione della Commissione
 
Benita FERRERO-WALDNER, commissario per le relazioni esterne, ha rilevato che «il conflitto di Gaza, entrato nella sua terza settimana, peggiora di giorno in giorno», causando immense sofferenze umane sia per colpa dei missili di Hamas sia per l'azione militare israeliana. Oltre a questo impatto immediato, il conflitto «fa slittare le prospettive di pace ancora più lontano» e «produce un impatto negativo sulla stabilità dell'intera regione». E' quindi imperativo un cessate il fuoco immediato, ha aggiunto, per permettere agli aiuti umanitari di accedere alla Striscia di Gaza, e occorre un «arresto incondizionato» dei lanci di missili da parte di Hamas e dell'azione militare israeliana.
 
Ricordando che la richiesta di cessate il fuoco rappresenta un elemento chiave della risoluzione 1860 delle Nazioni Unite, la commissaria ha fatto notare che deve essere fermato il contrabbando di armi attraverso i tunnel tra Gaza e Egitto, va pattugliato il corridoio Filadelfia fra il confine fra Gaza e Egitto e devono essere aperte le frontiere per l'aiuto umanitario. L'Autorità palestinese aveva accettato queste richieste, ma Israele e Hamas stavano «ancora studiandole». Forse, ha proseguito, «tra qualche giorno avremo un vero cessate il fuoco». Sia Israele sia Hamas, ha ricordato, hanno respinto la risoluzione 1860 ma si è detta fiduciosa che, con l'aiuto dell'Egitto e della Turchia, una soluzione duratura possa presto essere trovata. Concludendo il suo intervento ha sottolineato la necessità di riprendere il dialogo per un accordo politico non appena terminino le ostilità.
 
Interventi in nome dei gruppi politici
 
Per José Ignacio SALAFRANCA SÁNCHEZ-NEYRA (PPE/DE, ES) i «diciassette giorni di combattimento hanno lasciato un deprimente bilancio di distruzione, caos, odio e vendetta», aggiungendo che «si possono vincere tutte le battaglie salvo quella più importante, per la pace».
 
Ha quindi chiesto un immediato cessate il fuoco, in linea con la risoluzione 1860 del Consiglio delle Nazioni Unite ed anche provvedimenti umanitari per alleviare la misure nella Striscia di Gaza. «Hamas rappresenta sia la causa sia la conseguenza di queste orrende circostanze», ha concluso.
 
Martin SCHULZ (PSE, DE) ha osservato che dibattiti di questo tipo sono difficili poiché «Israele è un nostro amico», ma con gli amici si deve parlare anche di cose controverse. Ha quindi spiegato che «Israele ha il diritto all'autodifesa contro coloro che vogliono distruggerlo; ma devono essere usati mezzi proporzionati, nel rispetto della legislazione internazionale» e, ha aggiunto, «sarete d'accordo con me che i mezzi utilizzati non sono proporzionati».
 
Riconoscendo che Hamas non condivide i nostri valori, il leader socialdemocratico ha insistito sulla possibilità di dialogare con essa, e se Israele non è in grado di farlo, dovremmo cercare altre vie attraverso il Quartetto. nell'auspicare una tregua immediata, ha infine ammonito che «né con il terrorismo né con le armi convenzionali si troverà una soluzione; questa deve venire da una mediazione internazionale».
 
Secondo Annemie NEYTS-UYTTEBROECK (ALDE/ADLE, BE) ci vuole una forza internazionale per porre fine a questo conflitto ed ha invitato l'Unione europea a prendervi parte. «L'Unione ha bisogno di agire e pronunciarsi in modo chiaro», e «anche gli Stati Uniti devono essere coinvolti, come pure la Lega araba ed i suoi membri».
 
Cristiana MUSCARDINI (UEN, IT), dicendosi sconvolta da questa situazione, ha sottolineato la necessità di «rinunciare a qualunque ipocrisia» spiegando che «il legittimo e sacrosanto diritto dei palestinesi di avere uno Stato libero passa dall'altrettanto sacrosanto diritto di Israele ad essere riconosciuto». In proposito, ha ricordato che Israele «è stato cancellato dalla carta geografica di molti paesi» e che molti Stati dell'UE «non avrebbero accettato di essere considerati come inesistenti». Ha poi sostenuto che «non è stato Israele a dare avvio a questa ennesima guerra e che il terrorismo è ancora uno dei problemi principali».
 
Perciò, «non possiamo pensare che il dialogo con i terroristi sia giustificato dal fatto che sono morti tanti civili, perché questo crea la scusante per qualunque terrorista nel futuro per utilizzare la violenza, la forza e la morte per ottenere legittimità politica». L'Unione europea, d'altra parte, deve «trovare finalmente una maggiore coesione, la capacità di affrontare anche il nodo dei rapporti economici con i paesi che non riconoscono Israele» e «garantire i percorsi umanitari che consentano ai civili, palestinesi e israeliani, di essere messi in sicurezza». Ha anche affermato la necessità di rivedere la posizione sugli aiuti «che diamo e che non controlliamo».
 
Daniel COHN-BENDIT (Verdi/ALE, DE) ha dichiarato che la speranza per la pace e la sicurezza «sta evaporando rapidamente», aggiungendo inoltre che la sicurezza deve essere alimentata. Riferendosi alle parole del collega Schulz ha ricordato che si deve proteggere sia Israele da se stesso sia i palestinesi da Hamas. Per il copresidente dei Verdi, infine, il Consiglio dovrebbe smetterla di pensare a migliorare le sue relazioni con Israele, e i palestinesi hanno bisogno di aiuto per ribellarsi a Hamas.
 
Luisa MORGANTINI (GUE/NGL, IT) ha esordito citando un palestinese incontrato durante la sua recente visita di Gaza: «Hamas dirà che ha vinto quando sarà terminata questa aggressione, Israele dirà che ha vinto, in realtà siamo morti noi civili». A ciò la deputata ha aggiunto «che in realtà lì, con quei bambini e donne morti o che sono all'ospedale senza cure, muore il diritto, muore il sogno di un'Europa che vuole che i diritti umani siano diritti universali». E questo «è una tragedia».
Chiedendo il cessate il fuoco subito,  ha poi sostenuto che l'Europa è inefficace e che la guerra «non porta alla salvezza di Israele, ma alla sua fine anche morale».
 
Ha poi osservato che, oltre all'attività diplomatica, l'Europa deve utilizzare anche altri strumenti di pressione su Israele come ad esempio congelare il potenziamento delle relazioni con Israele. Riguardo alla protezione internazionale che deve essere inviata, la deputata ritiene un errore «pensare soltanto a Gaza e a Rafah  bisogna invece pensare anche ai confini  di Erez" sostenendo non sono gli Egiziani che bombardano ma gli  israeliani. Oltre all'eliminazione  del traffico di armi e dei tunnel, ha aggiunto, occorre cessare l'assedio di Gaza e riaprire tutti i valichi per le persone e le merci ed esercitare pressioni su Hamas affinché smetta di cercare di colpire la popolazione israeliana. In conclusione, ricordando che anche  la Cisgiordania è occupata militarmente, ha chiesto a Israele di  fermare la costruzione insediamenti.
 
Per Bastiaan BELDER (IND/DEM, NL) la Palestina è inestricabilmente un territorio islamico e non vi è posto per uno stato di Israele in Medio Oriente e la causa di tale totalitarismo è questo sanguinoso conflitto. Il cessate ili fuoco, ha concluso, è semplicemente una pausa per Hamas e non sarà permanente.
 
Luca ROMAGNOLI (NI, IT), nel condividere gli auspici di pace e le preoccupazioni espressi da molti, ha convenuto con quanto affermato dal Consiglio, sostenendo che la Commissione abbia fin qui seguito un percorso che può essere utile al dialogo, ossia l'apertura dei varchi per scopi umanitari e il cessate il fuoco bilaterale, che «potrebbero essere il prodromo di un successivo impegno per l'organizzazione di una fascia di salvaguardia internazionale». E in proposito, ha sostenuto che tale fascia deve essere estesa a tutti i territori palestinesi.
 
Paragonando gli auspici e l'attività diplomatica della Commissaria Ferrero Waldner a quanto già fatto dal Santo Padre, ha quindi sostenuto di condividere quest'approccio: «si deve cercare ancora, dopo tanti anni, una soluzione per due popoli e due Stati e per affermare finalmente il diritto internazionale». Ha inoltre ribadito che «non c'è e non si sarà mai una soluzione bellica» e su questo ritiene che l'Unione europea abbia gli strumenti per sostenere ogni sforzo diplomatico utile.
 
Interventi dei deputati italiani
 
Per Pasqualina NAPOLETANO (PSE, IT), «di fronte a questa immensa tragedia le nostre parole rischiano di essere inadeguate». A suo parere, inoltre, «un esercito che uccide centinaia di civili, donne e bambini, si pone allo stesso livello del terrorismo che pretende di combattere». Ha poi osservato che, d'altra parte «nessuna operazione militare poteva essere concepita senza mettere in conto un massacro di civili». Si è quindi chiesta se «Israele può dirsi più sicuro dopo aver suscitato tanto odio e disperazione» e «con chi, se non con Hamas, direttamente o indirettamente, si dovrà cercare una via d'uscita alla violenza cieca».
 
Ricordando che la risoluzione posta in voto giovedì «rafforza la richiesta di cessate il fuoco già espressa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», ha quindi invocato le parti a rispettarla e chiesto all'Europa di adoperarsi per renderla possibile. Ha poi concluso paventando il rischio «che questo massacro, lungi dallo sconfiggere Hamas, indebolisca ancora di più proprio l'Autorità palestinese e quelli che nel mondo palestinese hanno puntato tutto sul negoziato con Israele». E in proposito ha sottolineato che costoro non hanno ottenuto nulla.
 
Roberta ANGELILLI (UEN, IT) ha anzitutto espresso apprezzamento per le parole del Presidente Pöttering «quando ha denunciato senza mezzi termini la grave responsabilità di Hamas nel porre fine alla tregua, ma con altrettanta chiarezza ha giudicato totalmente sproporzionata la reazione israeliana». Ma aldilà delle parole, ha aggiunto, «la crisi rimane e restano migliaia di persone, la popolazione civile e i bambini, che hanno bisogno disperatamente di aiuti umanitari». Ha poi sostenuto che la comunità internazionale «doveva fare di più» e pertanto «dobbiamo sentire tutto il peso delle nostre responsabilità». Non basta distribuire giudizi su Hamas, su Israele, sull'inizio delle responsabilità, di chi ha più colpa, ha aggiunto, «rimane l'inadeguatezza dell'Europa, un'insufficienza grave, un'incapacità di costruire un'autentica, strategica e duratura politica di pace».
 
Nel chiedere con forza il cessate il fuoco, ha sostenuto che ciò «non basta» e che occorre «porre le nostre condizioni con severità per accompagnare il processo di pace e di sviluppo del Medio Oriente». Ha quindi concluso affermando, come già fatto dal Papa, «che bisogna dare risposte concrete all'aspirazione diffusa che c'è in quei territori a vivere in pace, in sicurezza e in dignità». Anche perché «la violenza, l'odio, la sfiducia sono forme di povertà, forse le più tremende da combattere».
 
Giulietto CHIESA (PSE, IT) ha esordito ricordando che «un grande antifascista italiano, Piero Gobetti, disse che quando la verità è tutta da una parte, una posizione salomonica è completamente tendenziosa» e «così è per Gaza in questi giorni». Si è quindi augurato che il Parlamento «sappia dire parole adeguate per fermare Israele», anche perché «se non lo farà, si coprirà di vergogna di fronte alla storia, ai palestinesi, all'opinione pubblica europea e a quella araba».
 
«Israele sta bombardando e decimando un ghetto», ha aggiunto sostenendo che «i figli di coloro che furono sterminati sono diventati sterminatori». E per questo «non c'è scusante e non vale la tesi che Israele ha diritto alla propria sicurezza», anche perché «chiunque, se vuole, è in grado di vedere che nessuno è oggi in grado di minacciare la sicurezza di Israele e la sua esistenza». E ciò è dimostrato dallo «squilibrio delle forze in campo», dal «bilancio dei morti e dei feriti» e dall'appoggio «che l'Occidente continua ad elargire ad Israele». «Questo eccidio - ha concluso - non ha altro scopo che quello di impedire la creazione di uno Stato palestinese; così si uccide la pace e per questo bisogna fermare Israele».
 
Stefano ZAPPALÀ (PPE/DE, IT), sostenendo che «solo la visione diretta è quella che può dare cognizione esatta di come stanno le cose», ha consigliato di recarsi sul posto a chi vuol esprimere opinioni precise. Su questa vicenda, ha aggiunto, «gli unici perdenti siamo noi del mondo occidentale, perché non abbiamo mai affrontato in maniera seria il problema, non abbiamo mai cercato di risolverlo e continuiamo a vederlo come un fatto tra due parti contrapposte». In realtà, ha spiegato, non sono due, ma tre le parti in causa: i terroristi e lo Stato d'Israele e, «vittima intermedia», il popolo palestinese. Hamas, ha aggiunto «certamente non rappresenta l'intero popolo palestinese». Ha quindi sostenuto che bisogna affrontare la questione «in maniera seria», cioè rafforzando la posizione di Abu Mazen, «che è la figura più debole di tutti».
 
 
Risoluzione sulla situazione nella Striscia di Gaza
Procedura: Risoluzione comune
Dibattito: 14.1.2009
Votazione: 15.1.2009
 
Per informazioni: Luisa Morgantini             0039 348 39 21 465        Ufficio             0039 06 69 95 02 17      

luisa.morgantini@europarl.europa.eu;
 
www.luisamorgantini.net 
Per Gaza e la Terra Santa

27/12/2008 - 06/01/2009

Per Gaza e la Terra Santa

 

Pochi giorni fa avevamo cambiato l’home page del nostro sito per porgere i nostri auguri di Pace a tutti i lettori.

Lasciarli, considerando quanto stanno vivendo i cittadini di Gaza, ci sembra inadeguato, nonostante il desiderio di pace è l’obiettivo verso il quale giornalmente ci impegniamo.

Serve prendere una posizione ferma.

Dire quello che sta accadendo, senza interpretazioni faziose, è un dovere.

Non siamo giornalisti, il nostro personale è in West Bank, ma sappiamo a chi rivolgerci per essere correttamente aggiornati.

Vi offriamo appelli, dichiarazioni e contatti per poter sapere e farvi decidere come scegliere l’informazione:

 

- Articolo pubblicato su PeaceReporter

 

" Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

di Mustafa Barghouti - Ex ministro dell'informazione del governo di unità nazionale palestinese

Ramallah, 27 dicembre 2008

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili – e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas.
Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale – gli attacchi contro i civili.
Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento.
Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele.

Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al  colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo.
Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?
(testo raccolto da Francesca Borri)

 

- appello di P. Manauel Musallam, parroco a Gaza, 28 dicembre 2008

FERMATEVI SUBITO, FERMIAMOCI TUTTI!

"Quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice".

Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente.

A voi, capi politici e militari israeliani,

chiediamo di considerare che insieme ai ‘miliziani’ di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: “Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d'Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra”.

FERMATEVI SUBITO!

A voi, capi di Hamas,

chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili. Sono una assurda e folle reazione all'oppressione subita, che si presta come alibi per un’aggressione illegale. Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici? E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra? Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo?

FERMATEVI SUBITO!

E noi donne e uomini che apparteniamo alla ‘società civile’,

FERMIAMOCI TUTTI!

Sostiamo almeno un minuto accanto a tutti i civili che soffrono. Alle centinaia di ammazzati palestinesi, che per noi non avranno mai nome e volto, come alle due vittime israeliane. Alle centinaia di feriti palestinesi e ai fortunatamente pochi feriti israeliani. A chi ha perso la casa. A chi non può curarsi.

E poi, tutti insieme, alziamo la voce: non è questa la strada che porterà Israele a vivere in pace e sicurezza. Non è questa la strada che porterà i palestinesi a vivere con dignità in uno Stato senza più occupazione militare, libero e sovrano.

I media italiani in questi giorni hanno purtroppo mascherato una folle e premeditata aggressione -e soprattutto l'insopportabile contesto di un assedio da parte di Israele che per mesi ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone- scegliendo accuratamente alcuni termini ed evitandone altri.

La maggior parte dei quotidiani e telegiornali ha affermato che “è stato Hamas a rompere la tregua”. Invece il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi. L'accordo comprendeva: Il cessate-il-fuoco, la sua estensione nel giro di qualche mese alla Cisgiordania e la fine del blocco di Gaza. Questi impegni non sono stati rispettati da Israele (25 palestinesi uccisi solo dalla firma dell'accordo) e quindi Hamas non l'ha rinnovato. Ancor più precisamente, già ai primi di novembre, Israele aveva rotto la tregua con una serie di attacchi a Gaza uccidendo altri 6 palestinesi.

Aiutiamoci allora a valutare criticamente le analisi spesso falsate dei media per dare maggior forza ad altre voci diventate grida: Solo poche ore fa, proprio a Gaza, il Patriarca di Gerusalemme celebrava la Messa di Natale riprendendo il suo Messaggio natalizio:“Siamo stanchi. La pace è un diritto per tutti. Siamo in apprensione per l'ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco.”

La strada intrapresa invece, lastricata di sangue e macerie, condurrà la gente qualsiasi al macello. E i suoi capi alla sconfitta. In primo luogo alla sconfitta umana.

Pax Christi Italia, 28 dicembre 2008

BoccheScucite http://groups.google.com/group/bocchescucite

- comunicato di una rete di Ong Palestinesi

29/12/2008

L'ultima versione dei massacri israeliani,

ma il mondo guarda in silenzio!

 

Israele colpisce ancora . In meno di due giorni più di 300 palestinesi sono stati uccisi e centinaia sono stati feriti! PER FAVORE, ricordate che parliamo di esseri umani; non stiamo contando animali o cose inanimate!

Con questo orrendo atto, Israele ha superato tutti i massacri perpetrati negli scorsi sessant'anni. Inoltre, lo “Stato” israeliano ha promesso che questo è solo l'inizio: che Stato!

Perché la Comunità Internazionale rimane in silenzio davanti a questo annuncio? Il mondo guarda in silenzio, come se fosse d'accordo con l'attuale bagno di sangue e l'uccisione di civili innocenti, che hanno lottato per sopravvivere sotto l'assedio e nell’embargo totale imposto da oltre due anni.

E i civili?

Dov'è l'applicazione delle Convenzioni di Ginevra per i diritti dei civili in tempo di guerra?

Tutta la Striscia di Gaza è bersagliata, e la città di Gaza è la più colpita. L'esercito israeliano sta usando i missili più moderni contro civili disarmati. Oggi, le civiltà più illuminate commettono i crimini più efferati contro persone innocenti e indifese, per avidità, megalomania e puro razzismo.

La società civile palestinese crede che, senza dubbio, questi attacchi non sono stati pensati al momento, ma attentamente pianificati, nella decisione di colpire ogni tentativo di ricostruire l'unità dei palestinesi. Noi, organizzazioni della società civile, abbiamo ripetutamente avvertito che Israele avrebbe usato le divisioni, e abbiamo fatto appello alle autorità perché smettessero tutte le pratiche che approfondiscono le divisioni, mettendo l'interesse nazionale sopra ogni altro, preservando l'unità del nostro popolo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Considerando il ruolo delle organizzazioni della società civile nel processo di liberazione, le sottoscritte organizzazioni della società civile fanno appello perché si sviluppi un piano pratico, basato sui seguenti punti:

chiediamo la fine immediata dell'aggressione barbarica contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza; e chiediamo alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di fare il loro dovere, punendo i colpevoli.
Chiediamo al mondo arabo e agli amici del popolo palestinese nel mondo di sostenere il diritto del nostro popolo alla libertà, all'indipendenza e al ritorno.
Chiediamo alle forze e alle fazioni del popolo palestinese di alzarsi a un livello superiore, dichiarando immediatamente un programma di unita’ nazionale che comprenda tutti.
Siano utilizzate le capacità e le competenze delle organizzazioni della società civile, per dare supporto umano e materiale al nostro popolo nella Striscia di Gaza.
Si rinunci agli interessi di parte in ogni ruolo e incarico.
Facciamo appello al nostro popolo, perché faccia ogni sforzo per mettere pressione alle parti in gioco, per mettere fine agli arresti politici e per rilasciare immediatamente tutti i prigionieri politici, da entrambe le parti.
Dobbiamo continuare la lotta per mantenere margini di libertà e rigettare ogni tentativo di eludere i risultati ottenuti.
Chiediamo alle istituzioni internazionali, umanitarie e per i diritti umani, di mantenere i meccanismi che assicurano il flusso di aiuti verso la Striscia di Gaza, e ricordiamo loro la necessità di coordinare i loro sforzi con le organizzazioni civili palestinesi.
 

Le organizzazioni della società civile annunciano il lancio di una campagna popolare di raccolta fondi per finanziare il supporto umanitario del popolo palestinese nella Striscia di Gaza, le cui sedi saranno presso la sede generale del Parc a Ramallah e presso tutte le sedi di tutte le organizzazioni coinvolte nella campagna in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Le organizzazioni coinvolte nella campagna chiedono a tutte le altre organizzazioni di unirsi in questo sforzo.

 

Agricultural Development Association (PARC)

Palestinian Hydrology Group

Union of Agricultural Working Committees

Land Research Center

Youth Development Association

Palestinian Farmers' Union

Palestinian Center for human development (Nama')

Arab Agronomists Association

Union of Saving and Credit Associations

Rural Women Development Society

- appello della Comunità Palestinese di Puglia

CONTRO LA PULIZIA ETNICA E IL TERRORISMO DI STATO ISRAELIANO

FERMIAMO IL MASSACRO DI GAZA!

E' partito sabato mattina l'attacco dell'esercito di occupazione israeliano sulla inerme popolazione civile palestinese già stremata da un lungo embargo che ha reso insufficienti e privi di strumenti adeguati gli ospedali della Striscia di Gaza. A pochi giorni dai primi raid aerei israeliani sulla Striscia si contano già quasi 400 morti e 2000feriti, di cui molti gravissimi, un bilancio destinato purtroppo a crescere. Tra le vittime, dicono i mezzi d'informazione ufficiale, tante donne e tanti bambini, i cui corpi stanno arrivando a brandelli negli ospedali; secondo le fonti sanitarie di Gaza occorrerà trasferire i feriti più gravi in Egitto e non c'è un sufficiente numero di elicotteri per trasportarli.

I morti e i feriti di Gaza sono l'ennesima testimonianza della pulizia etnica che lo Stato israeliano da 60 anni sta portando avanti attraverso una guerra di occupazione, di apartheid, di violenza militare sull'intera popolazione palestinese. Il pretesto dell'attacco "difensivo" dai missili qassam, che il primo ministro Olmert si è affrettato a propinare questa mattina ai ministri degli esteri di tutto il mondo, vuole distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale dal fatto che a Gaza un milione e mezzo di persone sta rischiando la morte da quasi due anni di embargo, che ogni giorno produce vittime.

Complici del terrorismo di Stato israeliano, l'appoggio militare statunitense e il silenzio dei governi europei, che lasciano che in Medio Oriente prosegua a compiersi indisturbato il tentativo di cancellare la Palestina dalle cartine geografiche, e con essa il suo popolo. E' ormai evidente come alla condanna da parte della comunità internazionale dei crimini del nazifascismo non si accompagni ugualmente la condanna della storia e dell'attualità del progetto aberrante di cancellare il popolo palestinese.


NON C'E' TEMPO DA PERDERE!!! FERMATE IL MASSACRO DI GAZA!!!

SABATO 3 GENNAIO 2009
MANIFESTAZIONE REGIONALE PUGLISE. CONCENTRAMENTO ORE 17.00 IN PIAZZA PREFETTURA A BARI
PER

- L'IMMEDIATO STOP ALL'ATTACCO MILITARE SULLA STRISCIA DI GAZA

- LA FINE DELL'EMBARGO CONTRO LA POPOLAZIONE PALESTINESE DI GAZA

- IL CONGELAMENTO DI TUTTI GLI ACCORDI POLITICI ECONOMICI E MILITARI TRA L'ITALIA E ISRAELE

- LA FINE DELL'OCCUPAZIONE ISRAELIANA DELLA PALESTINA


VITA, TERRA E LIBERTA' PER IL POPOLO PALESTINESE


Comuintà Palestinese - Puglia
UDAP
Rifondazione Comunista - Puglia
Partito dei Comunisti Italiani - Puglia
Verdi - Puglia
RDB/CUB- Puglia
ARCI - Puglia
Alternativa Comunista - Puglia
Confederazione Cobas
Comitato di Quartiere Paolo Sesto Taranto
Comitato di Quartiere Città vecchia Taranto
Network per i diritti globali Barletta
per le adesioni Taysir Hasan: 328.7628242
Non si Può rimanere a guardare! Appello per Gaza. Firma anche tu.

- NON SI PUO' RIMANERE A GUARDARE

C'è un modo per evitare il massacro di civili. C'è un modo per salvare il popolo palestinese. C'è un modo per garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo. C'è un modo per dare una possibilità alla pace in Medio Oriente. C'è un modo per non arrendersi alla legge del più forte e affermare il diritto internazionale:

> CESSATE IL FUOCO IN TUTTA L'AREA
> RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE
> FINE DELL'ASSEDIO DI GAZA
> PROTEZIONE UMANITARIA INTERNAZIONALE

Facciamo appello a chi ha responsabilità politiche e a chi sente il dovere civile perché sia rotto il silenzio e si agisca. Le Nazioni Unite e l'Unione Europea escano dall'immobilismo e si attivino per imporre il pieno rispetto del diritto internazionale
L'Italia democratica faccia la sua parte.

Le nostre organizzazioni si impegnano, insieme a chi lo vorrà, per raccogliere e dare voce alla coscienza civile del nostro paese:

ACLI, ARCI, LEGAMBIENTE, CGIL, AUSER, LIBERA, RETE LILLIPUT, Associazione ONG Italiane - Piattaforma Medio Oriente, Fondazione Angelo Frammartino, Beati i Costruttori di Pace, FIOM, CGIL Funzione Pubblica, Un ponte per…, AIAB, CIES, GRUPPO ABELE, CIPAX - Centro Interconfessionale per la pace, Donne in Nero, A Sud, FAIR, Fairtrade Italia, Forum Ambientalista, UCODEP, Terres des Hommes International, Armadilla Onlus, SDL Intercategoriale, Tavola Sarda per la pace, Famiglia di Angelo Frammartino, Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Luciana Castellina, Giuliana Sgrena, Enzo Mazzi - Isolotto Firenze, Luisa Morgantini, Vittorio Agnoletto, Giovanni Berlinguer, Sergio Staino, tanti gruppi locali, docenti, amministratori locali, pacifisti e pacifiste, cittadini e cittadine (un primo elenco è consultabile anche su www.arci.it)

Per firmare la petizione: http://www.firmiamo.it/appellopergaza

- lettera di Luisa Morgantini

 

AI POLITICI  ITALIANI

da parte di Luisa Morgantini Vice Presidente del Parlamento Europeo

 Roma,  3 Gennaio 2009

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro “I care”, come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana

 La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti,  pagano il prezzo dell’incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politica coloniale.

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una  minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma  basta con l’impunità  di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale.  Furto di  terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati,  colonie che  crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.

 Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che  lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all’ ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con  sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all’olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia  loro per diritto divino, sono entrati di forza e l’hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro taniche d’acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicurezza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all’estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c’è riscaldamento, non c’è luce, o i bambini nati prematuri nell’ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti  senza elettricità perché muoiano.

Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono, ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra  loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete  tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il  dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario.  Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani:  Cessate il fuoco, cessate l’assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minacce contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutiamo di essere nemici, basta con l’occupazione.

Dio mio in che mondo terribile viviamo.

 

- da ActionForPeace

4 gennaio 2009

Attivisti dell'International Solidarity Movement hanno passato la notte scortando le ambulanze di Gaza. Lavoravano con il personale medico durante l'invasione di terra delle forze di occupazione israeliane nel nord della Striscia di Gaza.

“Oltre ai due medici uccisi dall'esercito israeliano il 31 dicembre, oggi altri cinque sono morti per fuoco israeliano. Uno è stato colpito da proiettili a Jabaliya, un altro a Al Sheikh Ejleen. Tre sono stati uccisi quando un missile ha centrato la loro ambulanza nei dintorni di Tal Hawye a Gaza City. I medici sono constantemente in contatto con la Croce Rossa per negoziare i loro movimenti con gli Israeliani, ma questi rifiutano sempre l'autorizzazione.”

Sharon Lock (Australia) – International Solidarity Movement

“Gli Israeliani hanno lanciato una bomba di fronte alla nostra ambulanza per impedirci di avvicinarci ai feriti: una madre, un padre e tre fratelli adolescenti. Uno dei fratelli tentava di coprirne un altro con un lenzuolo. Erano entrambi feriti orribilmente; potevo vedere i polmoni di uno di loro. Mentre aiutavo i dottori a spostarlo dalla barella mi sono ritrovato con la mano nel suo corpo.”

Alberto Arce (Spagna) – International Solidarity Movement

“Mi hanno chiamata 30 minuti fa, su una linea telefonica disturbata, dicendo che Arafat è morto – ucciso mentre lavorava – sotto fuoco israeliano. Era uno dei medici di emergenza che ho incontrato due notti fa, pieno di compassione, emotivamente forte, e con un incrollabile senso dell'umorismo. Sono più rattristata per la sua morte di quanto possa esprimere”

Eva Bartlett (Canada) – International Solidarity Movement

“Israele pretende che non ci sia una crisi umanitaria solo perchè non ci considera umani.”

Natalie Abu Shakra (Libano) – International Solidarity Movement

“Israele continua a violare le convenzioni internazionali attaccando personale medico. Stanno massacrando la gente di Gaza. Con un crescente numero di vittime civili, Israele deve assicurare che l'assistenza medica sia disponibile. Invece, stanno colpendo intenzionalmente le squadre di medici protette dalle Convenzioni di Ginevra. La comunità internazionale deve pronunciarsi sul disprezzo di Israele per il diritto internazionale.”

Vittorio Arrigoni (Italia) – International Solidarity Movement

“L'invasione di terra della scorsa notte ha portato alla chiusura di Beit Lahiya e Beit Hanoun. Siamo riusciti a entrare a Beit Hanoun per raccogliere i corpi di alcune vittime. Ora ci dirigiamo a Jabaliya per continuare a lavorare all'accompagnamento delle ambulanze. Non c'è alcun posto dove la gente di Gaza possa scappare, i civili non possono uscire e mettersi in sicurezza a causa dell'assedio. Questi prolungati attacchi a Gaza sono terrificanti e l'invasione di terra della scorsa notte da parte delle forze di occupazione israeliane ha portato a un numero altissimo di vittime civili”

Ewa Jasiewicz (Polonia/Inghilterra) – Free Gaza Movement

Contattare:

Ewa Jasiewicz - Polonia/Inghilterra (Polacco, Inglese e Arabo) 447749421576k

Altri attivisti per i diritti umani presenti ora a Gaza:

Alberto Arce - Spgna - (Spagnolo) - 972 59 8786094

Dr. Haider Eid – Sud Africa (Inglese e Arabo) - 972 59 9441766

Sharon Lock - Australia (Inglese) - 972 59 8826513

Fida Qishta - Palestina (Inglese e Arabo) 972 599681669

Jenny Linnel - Inghilterra (Inglese) - 972 59 8765377

Natalie Abu Shakra - Libano (Inglese e Arabo) 972 59 8336 328

Vittorio Arrigoni - Italia (Italian) - 973 59 8378945

Eva Bartlett - Canada (Inglese) - 972 59 8836308

Per informazioni generali, contattare:

Adam Taylor - ISM media office a Ramallah - 972 598 503 948

- fonte: www.agenziami.it

Il numero dei morti a Gaza è salito a circa circa 700 in 11 giorni di offensiva israeliana (Haaretz).
Almeno 42 palestinesi - in maggioranza donne e bambini - sono rimasti uccisi per un attacco israeliano alla scuola gestita dall'Onu a Jabaliya, nel nord della Striscia di Gaza. Al momento dell'esplosione, causata da due tank fatti saltare all'esterno dell'edificio, secondo le fonti non era
in corso alcun combattimento fra miliziani e soldati israeliani. La scuola dell'Unrwa (l'ente dell'Onu per il soccorso ai profughi palestinesi) era in quel momento piena di sfollati appena giunti dal nord della Striscia, in particolare dalla località di Beit Lahya. Le Forze di Difesa Israeliane non hanno commentato l'incidente, ma in passato hanno spesso accusato i militanti di Hamas di utilizzare le
scuole, le moschee e i quartieri residenziali per nascondere o lanciare attacchi. Secondo l'agenzia "Ma'an", l'esercito israeliano aveva le coordinate Gps della scuola prima dell'esplosione.

 

- Fermare la guerra a Gaza non è un obiettivo impossibile.
Dobbiamo fare la nostra scelta.
Complici della guerra o costruttori di pace?


Quanti bambini, quante donne, quanti innocenti dovranno essere ancora uccisi prima che qualcuno decida di intervenire e di fermare questo massacro? Quanti morti ci dovranno essere ancora prima che qualcuno abbia il coraggio di dire basta?

Vergogna! Quanto sta accadendo è vergognoso. Vergognoso è il silenzio dell'Italia e del mondo. Vergognosa è l'inazione dei governi europei e del resto del mondo che dovevano impedire questa escalation. Vergognoso è il veto con cui gli Stati Uniti ancora una volta stanno paralizzando le Nazioni Unite. Vergogna!

Niente può giustificare un bagno di sangue. Nessuna teoria dell'autodifesa può farlo. Nessuno può rivendicare il diritto di compiere una simile strage di bambini, giovani, donne e anziani senza subire la condanna della comunità internazionale. Nessuno può arrogarsi il diritto di infliggere una simile punizione collettiva ad un milione e mezzo di persone. Nessuno può permettersi di violare impunemente la Carta delle Nazioni Unite, la legalità e il diritto internazionale dei diritti umani.

Tutto questo è inaccettabile. Inaccettabile è il lancio dei missili di Hamas contro Israele. Inaccettabile è la guerra scatenata da Israele contro Gaza. Inaccettabile è l'assedio israeliano della Striscia di Gaza. Inaccettabile è la continuazione dell'occupazione israeliana dei territori palestinesi. Inaccettabili sono le minacce di distruzione dello Stato di Israele. Inaccettabili sono le violenze, le umiliazioni e le immense sofferenze quotidiane inflitte ai palestinesi e la costante violazione dei fondamentali diritti umani. Inaccettabile è il nuovo muro costruito sulla terra palestinese. Inaccettabile è il silenzio e l'inazione irresponsabile dell'Onu, dell'Europa e dell'Italia.

La continuazione di questo dramma è una tragedia per tutti. La più lunga della storia moderna. Nessuno può chiamarsi fuori. Siamo tutti coinvolti. Tutti corresponsabili. Questa guerra non sta uccidendo solo centinaia di persone ma anche le nostre coscienze e la nostra umanità. Il nostro silenzio corrode la nostra dignità.

Complici della guerra o costruttori di pace? Dobbiamo fare la nostra scelta. Altre opzioni non ci sono.

Di fronte a queste atrocità, dobbiamo innanzitutto cambiare il modo di pensare. Non ha alcun senso schierarsi con gli uni contro gli altri. Occorre trovare il modo per aiutare gli uni e gli altri ad uscire dalla terrificante spirale di violenza che li sta brutalizzando. Anche la teoria dell'equidistanza è insensata perché nega la verità e falsa la realtà. La vicinanza a tutte le vittime è il modo più giusto di cominciare a costruire la pace in tempo di guerra.

Dobbiamo uscire dalla cultura della guerra. E' vecchia e fallimentare. Nessuna guerra ha mai messo fine alle guerre. La guerra può raggiungere temporaneamente alcuni obiettivi ma finisce per creare problemi più grandi di quelli che pretende di risolvere. Non c'è nessuna possibilità di risolvere i problemi dei palestinesi, di Israele e del Medio Oriente attraverso l'uso della forza. La via della guerra è stata provata per sessant'anni senza successo. Anche il buon senso suggerisce di tentare una strada completamente nuova.

Dobbiamo pensare e realizzare il Terzo. Non sarà possibile risolvere la questione palestinese o mettere fine alle guerre del Medio Oriente senza l'intervento di un Terzo al di sopra delle parti. Oggi questo Terzo purtroppo non esiste. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu è ancora paralizzato dal veto degli Stati Uniti. I governi europei sono divisi e incapaci di sviluppare una politica estera comune. Ma questa realtà non è immutabile. Esserne consapevoli deve spingerci a lavorare con ancora maggiore determinazione per pensare e realizzare il Terzo di cui abbiamo urgente bisogno.

Fermare la guerra non è un obiettivo impossibile. Le Nazioni Unite devono cambiare, imporre l'immediato cessate il fuoco, soccorrere e proteggere la popolazione intrappolata nella Striscia di Gaza. L'Europa deve agire con decisione e coerenza per fermare questa inutile strage e ridare finalmente la parola ad una politica nuova. Non può permettersi di sostenere una delle due parti. Deve avere un autentico ruolo conciliatore.

La guerra deve essere fermata ora. Non c'è più tempo per la vecchia politica, per la retorica, per gli appelli vuoti e inconcludenti. E' venuto il tempo di un impegno forte, autorevole e coraggioso dell'Italia, della comunità internazionale e di tutti i costruttori di pace per mettere definitivamente fine a questa e a tutte le altre guerre del Medio Oriente. Senza dimenticare il resto del mondo. Per questo, dobbiamo fare la nostra scelta.

Giovani, donne, uomini, gruppi, associazioni, sindacati, enti locali, media, scuole, parrocchie, chiese, forze politiche: "a ciascuno di fare qualcosa!"

Perugia, 6 gennaio 2009

Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, Acli, Agesci, Arci, Articolo 21, Cgil, Pax Christi, Libera - Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Legambiente, Associazione delle Ong italiane, Beati i Costruttori di pace, Emmaus Italia, CNCA, Gruppo Abele, Cipsi, Banca Etica, Volontari nel Mondo Focsiv, Centro per la pace Forlì/Cesena, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (prime adesioni, 6 gennaio 2009)
Le adesioni vanno indirizzate alla Tavola della pace via della viola, 1 (06100) Perugia 075.5736890 - Fax 075.5739337 mailto:segreteria@perlapace.it

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Per capire cosa rappresenta un’operazione militare nella Striscia di Gaza serve anche sapere com’è distribuita la popolazione su questo fazzoletto di terreno desertico http://www.ochaopt.org/gazacrisis/admin/output/files/ocha_opt_gaza_crisis_population_dinsety_2009.pdf

Abbiamo proposto solo parole e non foto o video perché riteniamo che esse siano sufficienti ad illustrare cosa sono Gaza, la Palestina ed Israele. Solo agli adulti che volessero oltre che leggere anche vedere, indichiamo il sito http://nigelparry.com/ o di digitare su You Tube “Gaza 2009” e prepararsi a vedere immagini “molto forti”.
 

 

 

 

Chiudiamo questa raccolta di informazioni riprendendo un pezzo dell’intervento di Filippo Landi, corrispondente RAI da Gerusalemme, al  Convegno “Terra Santa, terra ferita”  organizzato da Bocche Scucite a Firenze il 29 novembre 2008, sull'impossibilità di parlare e scrivere liberamente sulla politica di Israele. Queste ultime pagine non parlano della drammatica attualità che stanno vivendo un milione e mezzo di cittadini palestinesi, ma chiariscono il livello di informazione che quotidianamente siamo costretti a recepire. Abbiamo gli strumenti per poter scegliere, per non ricevere passivamente le “notizie” che altri voglio farci credere, per poter liberamente parteggiare, per essere liberi e per “liberare” gli altri, usiamoli.

“… preferisco porre una domanda retorica, una domanda che voi stessi potreste porre a me legittimamente: i fatti che abbiamo raccontato finora, quelli che voi scrivete su BoccheScucite, quelli che io ho detto oggi, sono veri o sono falsi? E se sono veri, io sono dentro o sono fuori questo silenzio che riguarda tanti episodi della vita di un intero popolo, quello palestinese, e tanti altri che riguardano il popolo israeliano? La risposta è che io non sono fuori da questo silenzio. Non mi sento assolto dall'esserne parte solo perché il TG3 e il giornale radio per i quali lavoro mi consentono "di tanto in tanto" di parlare di qualcuno di questi episodi.

Spesso, in vero, ricevo richieste per fare altri servizi che mi sembrano per lo meno folcloristici nel contenuto. Mi salvo, perché preparando il servizio lo interpreto e lo inquadro in contesti più seri e rilevanti.

Accade così che in testa ci metto, su 17 righe, 11 righe sul tema commissionatomi mentre uso le altre sei righe per allargare e dar notizia di altro, aggiungendo: “ma oggi è accaduto anche questo...”.

Utilizzo così la mia autonomia professionale anche per apportare spicchi di verità che a Roma sembrano non interessare. Però, in definitiva, io non sono estraneo al silenzio complessivo che è calato sulla vicenda medio-orientale. Io ne faccio parte. Allora è giusto porre un'altra domanda retorica: ma perché tutto questo accade? Perché i media si comportano così? Perché frenano anche giornalisti che, per la loro cultura, per la loro esperienza e per la loro storia, vorrebbero dire più cose, costringendoli in un angolo? Perché? Ho individuato alcune risposte e ciascuna di queste meriterebbe un approfondimento. Questi fattori, che semplicemente elenco, aiutano a comprendere la complessità di fatti che in parte ci sovrastano, in parte ci vedono dentro e in parte non possiamo in questo momento cambiare. Quest'ultima è ovviamente una considerazione amara, ma va fatta con grande sincerità.

I fatti che, secondo me, creano questa cappa di silenzio sono i seguenti:

Primo: la sindrome del terrorismo. Non servono tante spiegazioni. E’ sufficiente aprire un giornale e scorrere i titoli per verificarla a tutti i livelli, sia nell’opinione pubblica sia in chi fa informazione. La sindrome “denuncia” come onnipresente il terrorismo e fa sì che il terrorismo venga ritenuto più importante di ogni altro fatto o problema.

Secondo: la fobia verso il mondo arabo ed islamico. E qui c’è una grande responsabilità dei mass media italiani e c’è una responsabilità morale di una parte dei giornalisti, sia della carta stampata che della televisione, nell'aver alimentato e nell’alimentare oggi questa fobia.

Terzo: un senso religioso e cattolico anti-islamico. Credo che sia evidente per voi, come è evidente per me che sono a Gerusalemme. Talvolta incontro pellegrini e le guide religiose del pellegrinaggio che si ritengono buoni cattolici. Soffermandosi davanti alle moschee della città vecchia le guide dicono: “ecco vedete, queste sono le moschee costruite contro le chiese cattoliche!”. Il pellegrinaggio diventa allora, purtroppo, la ricerca della propria radice cristiana in Terra santa, ma nella sfida con e contro gli islamici. Fortunatamente non tutte le “guide” hanno questa idea del pellegrinaggio in Terra Santa.

Quarto: il senso di colpa europeo per la Shoah. Questo fatto aumenta il silenzio dell’opinione pubblica e di chi fa informazione rispetto a molti eventi che accadono in Medio Oriente. Il senso di colpa per l’Olocausto fa sì che vengano giustificate molte cose, altrimenti non giustificabili. È anche in aumento una pregiudiziale politica filoisraeliana, che è un passaggio successivo. Accade così che vengano giustificati molti atti compiuti dai governi israeliani, indipendentemente da ogni valutazione etico-morale. È il caso del blocco economico alla popolazione di Gaza. Questa è una pregiudiziale molto forte. Non si devono dare “giudizi” su quello che i governi israeliani fanno e si cade così nel ridicolo. I giornalisti israeliani appaiono molto più liberi di noi. È sufficiente prendere alcuni numeri di BoccheScucite e vedrete quanti sono gli articoli di giornalisti israeliani e quanti di quelli italiani. I giornalisti israeliani hanno una capacità critica verso gli atti del loro governo che noi italiani non abbiamo più.

Quinto: le pressioni di istituzioni israeliane e di gruppi ebraici europei ed italiani. Le istituzioni israeliane incidono sui corrispondenti e, saltando i corrispondenti, direttamente sui quartieri generali a Roma, Londra, Parigi ecc. Ci sono dei corrispondenti a Gerusalemme che dopo un po’ di tempo diventano sgraditi e le istituzioni israeliane, comprese le ambasciate israeliane all’estero, chiedono, per esempio, al direttore della BBC di sollevare dall’incarico una collega perché troppo filo-palestinese. Oggi lavora in Pakistan. Questi interventi accadono con una certa frequenza. Inoltre, ci sono i gruppi ebraici dei singoli paesi che cercano di incidere su chi fa informazione, anche bypassando il giornalista sotto accusa, arrivando direttamente al direttore della testata e al direttore editoriale. Mi raccontava una collega finlandese che era letteralmente subissata di email per quello che scriveva a Gerusalemme. La stessa cosa capita a noi italiani e a tanti altri. Ci sono quindi due tipi di pressioni che certe volte si intersecano: quella delle istituzioni israeliane e quella dei gruppi ebraici locali.

Sesto: la divisione all’interno dei palestinesi. Non è davvero il fattore meno importante. La divisione genera una ulteriore autocensura. Quest’anno poco meno dell’1% delle piante di ulivo sono state danneggiate dai coloni israeliani in Cisgiordania. Se questo è importante, però… ci sono anche i razzi di Hamas, che cadono su Sderot o nel deserto israeliano. L’Imam Barghouti è stato torturato…ma forse è un caso isolato. La divisione tra i palestinesi dal punto di vista di chi fa informazione, di chi dirige l’informazione, ha così accentuato la scelta di non parlare dei problemi dei palestinesi.

Come vedete, questi elementi messi insieme influenzano l’opinione pubblica e fanno sì che non solo venga censurata una parte della realtà palestinese, ma viene pure censurata una parte della società israeliana.

Questo non mi stancherò mai di ripeterlo. Il problema è che si è formata un’immagine della società israeliana a livello di chi dirige i mezzi di comunicazione di massa e di chi influenza la politica, per cui è difficilmente accettabile un servizio che, ad esempio, faccia vedere il livello di povertà che c’è a Gerusalemme. Nell’immaginario che si crede e che si vuole venga rappresentato, gli israeliani non sono poveri bensì ricchi. I poveri, per loro colpa, sono i palestinesi. Gli ebrei poveri non ci sono e non ci devono essere. Le violenze sessuali nelle famiglie ebree osservanti sono uno dei fenomeni più in crescita, e più statisticamente rilevanti della società israeliana. Ma questo non coincide con l’immaginario che qualcuno vuole trasmettere, perché sono invece le donne musulmane le sole vittime di cattivi mariti musulmani. C’è stato il caso di un rabbino fuggito in Canada inseguito da un ordine di cattura per violenza. Il caso è stato ignorato, in primo luogo dalle agenzie di stampa, assai importanti per rilanciare poi le notizie attraverso giornali e televisioni. C’è il fenomeno dei refusnik, ragazzi israeliani che non vogliono fare il servizio militare nei territori occupati… “Ok, si può fare un pezzo, ma senza esagerare”. Perché?

L’immaginario è fermo al fatto che tutti i giovani israeliani difendono la loro patria.

In tempi recenti si è dimesso il Capo dello stato israeliano per molestie sessuali e un primo ministro per corruzione: c’è stato un dibattito sull’informazione italiana sulla crisi della società politica in Israele? E così mentre l'informazione in Europa -soprattutto in Italia - si autocensura, rimangono solo alcuni giornalisti israeliani con una severa capacità di critica.

Una conclusione. In otto anni vissuti tra Il Cairo e Gerusalemme e in diciassette anni vissuti in Medio Oriente ho imparato che gli arabi e i musulmani (uso la parola “arabo” e la parola “musulmano” ma voi sapete purtroppo che per molti non c’è distinzione! Non capiscono che a Giakarta non sono arabi...E chi pensa così non sono solo giornalisti ma anche politici…) sono innanzitutto Persone come noi. Hanno cioè aspirazioni e desideri che sono esattamente uguali ai miei e ai vostri. Il desiderio, per esempio, di una felicità familiare, di allevare i propri figli, di farli studiare. Nel mondo arabo, molto più che da noi, le famiglie si ammazzano di lavoro e di debiti pur di mandare i figli a scuola. Inimmaginabile è stato per esempio il dolore delle famiglie di Gaza, quando all’inizio dell’anno scolastico si è dovuto fare una selezione all’interno delle famiglie perché non c’erano soldi per comperare i quaderni e i libri per tutti, e quindi alcuni figli hanno potuto andare a scuola mentre altri sono stati costretti a lavorare. E quanti esempi potrei fare... Di loro, moltissimi sono musulmani come ci sono anche arabi cristiani. Quello che non può sfuggire è che tutti sono realmente delle persone!

Questo dato elementare è stato estirpato dall’informazione. Questo va detto con grande forza, perché ci sono giornalisti che lo dimenticano. Così, le persone vengono descritte come “musulmani”, intendendo con ciò che sono potenzialmente dei terroristi. Questo è gravissimo. Inoltre, dal punto di vista dei cattolici, è in gioco il nostro modo di guardare alle persone. Mi chiedo: la fede permette a un cattolico di avvicinarsi a un musulmano senza paura? Sì o no? Uno è abbastanza convinto di quello che ha incontrato nella propria vita da potersi avvicinare all’altro senza timore, o no? A me sembra che siamo a questo punto nodale: ci sono cattolici, laici e religiosi, preti e vescovi, che hanno questo timore e questo fa sì che il rapporto fra cristiani e musulmani si complichi. Vengo invitato alla prudenza su questo argomento, io rispondo in un altro modo: ricordo il giorno dei funerali di papa Giovanni Paolo II che ho vissuto a Gerusalemme. Non c’era televisione nelle case dei musulmani o nei negozi dei musulmani che non fosse accesa sulle “televisioni dei terroristi” Al Jazeera e Al-Arabiya, che trasmettevano in diretta i funerali da San Pietro. Non c’era musulmano che quel giorno incontrandomi non mi abbia fatto le condoglianze e ho perfino ricevuto telefonate di condoglianze. Questo cosa vuol dire? Che è fondamentale sapere che di fronte abbiamo sempre delle persone con aspirazioni e desideri uguali ai nostri, ed è sbagliato issare recinti. Anche i musulmani sanno riconoscere chi tra i cattolici parla a loro avendo a cuore la loro umanità. Per questo, nell’affrontare i problemi dei cristiani in Medio Oriente, in Palestina, ed anche nel parlare dell’esodo dei cristiani da Betlemme, si deve avere a mente che spesso i problemi riguardano, ad esempio, ogni singola persona che vive a Betlemme. Cristiana o musulmana che sia, se non ha da mangiare vive lo stesso dramma. Se poi il cristiano ha la fortuna di avere il visto per espatriare e il musulmano non può averlo, voi capite che l’esodo si fonda su un problema comune. È superficiale dire: “ci dobbiamo interessare dei cristiani a Betlemme”.

In realtà ci dobbiamo interessare della gente che vive a Betlemme e allora sarà immediato sentirci impegnati a solidarizzare con i cristiani e cercare di aiutarli.

 

- 05/01/2009
Come siamo arrivati a questo punto?

L'opinione di Uri Avnery, giornalista israeliano e fondatore di Gush Shalom

Tradotto da Maan News

http://it.peacereporter.net/articolo/13496/Guerra elettorale

Poco dopo la mezzanotte, il canale arabo di al-Jazeera stava riferendo gli eventi da Gaza. Improvvisante la telecamera puntò in alto, verso il cielo buio. Lo schermo era un campo nero. Non si poteva vedere nulla, ma
si poteva sentire l'audio: il rumore dei caccia, uno spaventoso, terrificante ronzio di droni.

Era impossibile non pensare alle decine di migliaia di bambini di Gaza che ascoltavano quel rumore in quel momento, rannicchiati, paralizzati dalla paura, aspettando che le bombe cadessero. "Israele deve difendersi
dai razzi che terrorizzano le nostre città meridionali", hanno spiegato i portavoce israeliani. "I palestinesi devono rispondere all'uccisione dei loro combattenti nella Striscia di Gaza", hanno dichiarato i portavoce di Hamas.

Per la verità, il cessate il fuoco non è stato interrotto, poiché non vi è stato nessun vero cessate il fuoco. Il principale requisito di qualsiasi cessate il fuoco nella Striscia di Gaza deve essere l'apertura dei valichi di confine. Non può esserci vita a Gaza senza un flusso costante di rifornimenti. Ma i valichi non sono mai stati aperti,
eccetto che per poche ore di quando in quando.

L'embargo aereo, marittimo e terrestre imposto a un milione e mezzo di esseri umani è un atto di guerra, così come qualsiasi bombardamento o lancio di razzi. Paralizza la vita nella Striscia di Gaza: eliminando le
principali fonti di impiego, spingendo centinaia di migliaia di persone sull'orlo della fame, impedendo alla maggior parte degli ospedali di funzionare, interrompendo la fornitura di elettricità e di acqua.

Coloro che hanno deciso di chiudere i valichi - con qualsiasi pretesto - sapevano che non ci poteva essere un reale cessate il fuoco in quelle condizioni.

Questo è il punto principale. Poi sono giunte le piccole provocazioni volte a spingere Hamas a reagire. Dopo diversi mesi, durante i quali non era stato lanciato quasi nessun razzo Qassam, un'unità militare israeliana è stata inviata nella Striscia "al fine di distruggere un tunnel giunto in prossimità della recinzione di confine".

Da un punto di vista puramente militare, sarebbe stato più sensato tendere un'imboscata dal nostro lato del confine. Ma l'obiettivo era trovare un pretesto per porre fine al cessate il fuoco, in una maniera che rendesse plausibile dare la colpa ai palestinesi. E infatti, dopo molte di queste piccole azioni, in cui sono stati uccisi combattenti di Hamas, il gurppo islamico ha risposto con un massiccio lancio di razzi, e - guardate un po' - il cessate il fuoco è terminato. Tutti hanno accusato Hamas.

Ma qual era l'obiettivo? Tzipi Livni lo ha annunciato apertamente: liquidare il governo Hamas a Gaza. I razzi Qassam servivano solo come pretesto.

Liquidare il governo Hamas? Sembra un capitolo tratto da "La marcia della follia". Dopotutto, non è un segreto che fu proprio il governo israeliano che contribuì alla nascita ed al rafforzamento di Hamas all'inizio. Quando una volta chiesi a un ex capo dello Shin-Bet, Yaakov Peri, a questo riguardo, mi rispose enigmaticamente: "Non lo abbiamo
creato, ma non abbiamo ostacolato la sua creazione".

Per anni le autorità israeliane hanno favorito il movimento islamico nei territori occupati. Tutte le altre attività  politiche furono rigorosamente soppresse, ma le attività del movimento nelle moschee erano permesse. Il calcolo era semplice e ingenuo: a quell'epoca, l'Olp era considerato il principale nemico, e Yasser Arafat era il Satana del
momento. Il movimento islamico predicava contro l'Olp e contro Arafat, e perciò era visto come un alleato.

Con lo scoppio della prima Intifada nel 1987, il movimento islamico si attribuì ufficialmente il nome di Hamas (le iniziali arabe di "Movimento di Resistenza Islamica") e prese parte alla battaglia. Ma anche allora, lo Shin-Bet non prese alcun provvedimento contro di loro per quasi un anno, mentre molti membri di Fatah venivano uccisi o imprigionati. Solo un anno dopo, lo Sheikh Ahmed Yassin e i suoi compagni furono arrestati.

Da allora è girato il vento. Hamas è ora diventato l'attuale Satana, mentere l'Olp viene considerato da molti in Israele come una succursale dell'organizzazione sionista. La logica conclusione, per un governo israeliano che avesse cercato la pace, sarebbe dovuta essere quella di fare ampie concessioni alla leadership di Fatah: porre fine all'occupazione, firmare un trattato di pace, permettere la fondazione di uno stato palestinese, ritirarsi entro i confini del 1967, dare una soluzione ragionevole al problema dei profughi, rilasciare tutti i prigionieri palestinesi. Tutto questo avrebbe sicuramente arrestato l'ascesa di Hamas.

Ma la logica ha poca influenza in politica. Nulla del genere è accaduto. Al contrario, dopo la morte di Arafat, Ariel Sharon dichiarò che Mahmoud Abbas, che aveva preso il suo posto, era un "pollo spennato". Ad Abbas non è stato concesso il più minimo guadagno politico. I negoziati, sotto gli auspici americani, sono diventati una burla. Il più autentico leader di Fatah, Marwan Barghouti, fu messo in carcere a vita. Invece di un rilascio di prigionieri su vasta scala, vi furono "gesti" insignificanti e offensivi.

Abbas fu sistematicamente umiliato, Fatah apparve come un guscio vuoto, e Hamas ottenne una clamorosa vittoria alle elezioni palestinesi – le elezioni più democratiche mai tenutesi nel mondo arabo. Israele boicottò
il governo eletto. Nella lotta intestina che ne seguì, Hamas assunse il controllo diretto della Striscia di Gaza.

E ora, dopo tutto questo, il governo di Israele ha deciso di "liquidare il governo Hamas a Gaza" - con spargimenti di sangue, fuoco e colonne di fumo.

Il nome ufficiale della guerra è "piombo fuso", due parole tratte da una canzone per bambini riguardo a un gioco della festa di Hanukkah.

Ma sarebbe più corretto chiamarla "Guerra Elettorale".

Anche in passato alcune operazioni militari furono compiute nel corso di campagne elettorali. Menachem Begin bombardò il reattore nucleare iracheno durante la campagna elettorale del 1981. Quando Shimon Peres
sostenne che si trattava di un espediente elettorale, Begin gridò al suo successivo raduno: "Ebrei, credete che io manderei i nostri coraggiosi ragazzi a morire, o - peggio - a essere fatti prigionieri da animali umani, allo scopo di vincere delle elezioni?". Begin vinse.

Peres non è Begin. Quando, durante la campagna elettorale del 1996, ordinò l'invasione del Libano (l'operazione "Grappoli di Collera"), tutti erano convinti che lo avesse fatto per scopi elettorali. La guerra fu un fallimento, Peres perse le elezioni e Benjamin Netanyahu giunse al potere.

Ehud Barak e Tzipi Livni stanno ora ricorrendo allo stesso vecchio trucco. Secondo i sondaggi, Barak avrebbe guadagnato cinque seggi alla Knesset in appena 48 ore. Circa 80 morti palestinesi per ogni seggio. Ma è difficile camminare su un cumulo di cadaveri. Il successo potrebbe svanire in un minuto, se l'opinione pubblica israeliana iniziasse a considerae la guerra come un fallimento. Ad esempio, se i razzi continueranno a colpire Beersheva, o se l'attacco di terra determinerà pesanti perdite da parte israeliana.

Il momento per colpire è stato scelto meticolosamente anche da un'altra angolazione. É iniziato due giorni dopo Natale, quando i leader americani ed europei sono in vacanza fino a dopo capodanno. Il calcolo: anche se qualcuno volesse cercare di fermare la guerra, nessuno rinuncerebbe alle sue vacanze. Ciò ha garantito diversi giorni liberi da pressioni esterne.

Un'altra ragione per questa scelta di tempo: questi sono gli ultimi giorni di George Bush alla Casa Bianca. Ci si poteva tranquillamente aspettare che questo villano sanguinario avrebbe appoggiato conentusiasmo la guerra, come in effetti ha fatto. Barack Obama non si è ancora insediato, ed aveva un pretesto bell'e pronto per mantenere il silenzio: "C'è solo un presidente per volta". Il silenzio non lascia ben sperare per il mandato del presidente Obama.

La parola d'ordine era: non ripetere gli errori della seconda guerra del Libano. Un ritornello che è stato ripetuto all'infinito in tutti i programmi di informazione e nei talk show.

Ma questo non cambia le cose: la guerra di Gaza è una copia quasi esatta della seconda guerra del Libano.

La concezione strategica è la stessa: terrorizzare la popolazione civile con incessanti attacchi dal cielo, seminando morte e distruzione. Ciò non mette in pericolo i piloti, dato che i palestinesi non hanno armi antiaeree. Il calcolo: se l'intera infrastruttura di supporto alla vita nella Striscia venisse completamente distrutta e ne risultasse totale
anarchia, la popolazione si solleverà e rovescerà il regime di Hamas. A quel punto Mahmoud Abbas tornerebbe a Gaza sulla scia dei carri armati israeliani.

In Libano questi calcoli non hanno funzionato. La popolazione bombardata, compresi i cristiani, si è schierata con Hezbollah, e Hassan Nasrallah è diventato l'eroe del mondo arabo. Qualcosa di simile probabilmente accadrà anche adesso. I generali sono esperti nell'uso delle armi e nel muovere le truppe, ma non nella psicologia delle masse.

Qualche tempo addietro, scrissi che il blocco di Gaza era un esperimento scientifico inteso a scoprire quanto si possa affamare una popolazione e trasformare la sua vita in un inferno prima che essa crolli. Questo esperimento fu condotto con il generoso aiuto dell'Europa e degli Stati Uniti. Finora, esso non ha avuto successo. Hamas si è rinforzato e la gittata dei razzi Qassam è aumentata. La guerra attuale è una continuazione dell'esperimento con altri mezzi.

É possibile che l'esercito "non avesse alternativa" a quella di riconquistare la Striscia di Gaza, perché non ci sarebbe altro modo per fermare i razzi Qassam - eccetto quello di trovare un accordo con Hamas, cosa che è contraria alla politica del governo. Quando l'invasione di terra partirà, tutto dipenderà dalla motivazione e dalle capacità dei combattenti di Hamas di fronte ai soldati israeliani. Nessuno può sapere cosa accadrà.

Giorno dopo giorno, notte dopo notte, il canale arabo di al-Jazeera trasmette immagini atroci: mucchi di corpi mutilati, parenti in lacrime che cercano i loro cari fra le decine di cadaveri sparsi al suolo, una donna che tira fuori la sua giovane figlia da sotto le macerie, medici privi di farmaci che cercano di salvare le vite dei feriti. (Il canale
in lingua inglese di al-Jazeera, a differenza del canale in arabo, ha compiuto uno stupefacente voltafaccia, trasmettendo solo immagini asettiche e distribuendo senza riserve la propaganda israeliana di governo. Sarebbe interessante sapere cosa si nasconde dietro questo cambiamento).

Milioni di persone stanno vedendo queste immagini terribili, una dopo l'altra, giorno dopo giorno. Queste immagini resteranno impresse per sempre nelle loro menti: orribile Israele, abominevole Israele, disumano Israele. Un'intera generazione nutrita di odio. Questo è un prezzo terribile, che saremo costretti a pagare molto tempo dopo che i
risultati stessi della guerra saranno stati dimenticati in Israele.

Ma c'è un'altra cosa che rimarrà impressa nelle menti di questi milioni  di persone: l'immagine dei miserabili, corrotti e passivi regimi arabi.

Alla vista degli arabi, una cosa spicca su tutte le altre: il muro della vergogna.

Per il milione e mezzo di arabi di Gaza, che stanno soffrendo così terribilmente, l'unica apertura verso il mondo che non è dominata da Israele è il confine con l'Egitto. Solo da lì può arrivare il cibo a sostenere la vita e i medicinali a salvare i feriti. Questo confine rimane chiuso al culmine dell'orrore. L'esercito egiziano ha bloccato
l'unica via attraverso la quale il cibo ed i medicinali possono entrare, mentre i chirurghi operano i feriti senza anestesia.

In tutto il mondo arabo, da un capo all'altro, sono echeggiate le parole di Hassan Nasrallah: i leader dell'Egitto sono complici di questo crimine, stanno collaborando con il "nemico sionista" nel cercare di spezzare il popolo palestinese. Si può ritenere che egli non si riferisse solo a Mubarak, ma anche a tutti gli altri leader arabi, dal
re dell'Arabia Saudita al presidente palestinese. Vedendo le manifestazioni in tutto il mondo arabo ed ascoltando gli slogan, si ha l'impressione che a molti arabi i loro leader appaiano patetici nel migliore dei casi, e miserabili collaboratori nel peggiore.

Tutto questo avrà conseguenze di portata storica. Un'intera generazione di leader arabi, una generazione imbevuta dell'ideologia del nazionalismo arabo laico, i successori di Gamal Abdel Nasser, Hafez al-Assad e Yasser Arafat, potrebbe essere spazzata via dalla scena. Nella regione araba, l'unica possibile alternativa che si profila è l'ideologia del fondamentalismo islamico.

Questa guerra è un segnale d'allarme: Israele sta perdendo la storica possibilità di fare la pace con il nazionalismo arabo laico. Domani, lo stato ebraico potrebbe trovarsi di fronte ad un mondo arabo uniformemente  fondamentalista - Hamas moltiplicato per mille.

L'altro giorno il mio tassista a Tel Aviv stava riflettendo ad alta voce: perché non chiamare alle armi i figli dei ministri e dei membri della Knesset, includerli in un'unità da combattimento e mandarli a guidare il prossimo attacco di terra a Gaza?

 

- «Un crimine terribile»

di Michelangelo Cocco

Richard Falk, il relatore dell'Onu: F-16, Apache e uranio impoverito contro la popolazione. Così muore Gaza. Impossibile qualsiasi azione «umanitaria» finché durano l'assedio e l'occupazione. Ridicola la tesi dell'autodifesa: utilizzo della forza sproporzionato e sopraggiunto prima che ci fossero vittime israeliane. Espulso da Tel Aviv, il
rappresentante dell'Onu si scaglia contro la propaganda sull'attacco alla Striscia

Il 15 dicembre scorso Richard Falk è stato espulso dall'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dove, per conto delle Nazioni Unite, era sbarcato per indagare sulle violazioni dei diritti umani nei Territori occupati. Falk, di origine ebraica, è Relatore speciale dell'Onu per i diritti umani nei Territori occupati, nonché professore emerito di diritto
internazionale alla Princeton University. Lo abbiamo raggiunto al telefono per chiedergli la sua opinione sulla situazione a Gaza.

Professor Falk, il ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni, ha dichiarato che «non c'è alcuna crisi umanitaria a Gaza». Un'affermazione straordinaria, che prescinde completamente dalla realtà. Ma è ancora più sbalorditiva la prontezza dei media internazionali - quelli statunitensi in modo particolare - nel diffondere la propaganda israeliana. Anche prima dell'attacco iniziato il 27 dicembre la situazione di vecchi, donne e bambini residenti a Gaza rappresentava una grave crisi umanitaria, ben documentata da molti osservatori delle Nazioni Unite sul terreno e confermata da giornalisti israeliani indipendenti come Amira Hass. E bombardare quotidianamente una
popolazione indifesa in un'area sovraffollata come quella della Striscia rappresenta un crimine.

Crede che il governo israeliano debba essere perseguito? Certo, il diritto penale internazionale non dovrebbe perseguire solo gli sconfitti, come è avvenuto negli ultimi 15 anni. Ma Israele, come gli Stati Uniti, non è entrato a far parte della Corte penale internazionale. Le Nazioni Unite hanno il potere - che è stato utilizzato per creare i tribunali per i crimini nella Ex Jugoslavia e in Ruanda - per creare un tribunale ad hoc per giudicare presunti crimini
di guerra israeliani, ma gli ostacoli politici che incontrerebbe un'iniziativa simile sono tali da farla ritenere impossibile. Negli ultimi giorni si è parlato molto di «tregua umanitaria». Servirebbe?
Qualsiasi attenuazione dell'emergenza è benvenuta. Ma bisogna ricordare che, prima di questo attacco, gli effetti di 18 mesi di un assedio estremo che ha negato alla popolazione cibo, carburante e medicine hanno creato una situazione di sofferenze di massa e deterioramento della salute mentale e fisica dell'intera popolazione: circa il 46% dei bambini di Gaza soffre di anemia acuta. Si può considerare positivamente qualsiasi forma di cessazione dei bombardamenti, ma chiamarla «tregua umanitaria» vuol dire manipolare il significato delle parole: non c'è
alcuna possibilità di un'azione «umanitaria» finché l'assedio non sarà tolto e la gente avrà accesso regolare a cibo, medicine e carburante. Il governo israeliano però ripete: ci stiamo solo difendendo dal lancio di razzi palestinesi e ne abbiamo pieno diritto. A livello teorico Israele ha diritto all'autodifesa, come ogni Stato sovrano. Se però esaminiamo concretamente ciò che sta accadendo in queste ore, non lo si può in alcun modo presentare come un'autodifesa, perché - in un anno - nessun israeliano è morto per i razzi lanciati dai palestinesi, prima che scattassero i bombardamenti israeliani. Le vittime israeliane (finora quattro, ndr) sono sopraggiunte dopo i raid
scattati il 27 dicembre. Inoltre anche se accettassimo la tesi secondo la quale Israele sta agendo per proteggere i suoi cittadini, resta il fatto che questi bombardamenti massicci e continui su una popolazione indifesa costituiscono un uso talmente sproporzionato della forza, tale da configurarsi certamente come violazione del diritto  internazionale. L'utilizzo di F-16 ed elicotteri Apache contro la popolazione priva di difese è incontestabile. Ci sono anche rapporti che parlano dell'utilizzo di uranio impoverito nelle bombe cosiddette «bunker buster», per  distruggere i tunnel che collegano Gaza con l'Egitto. E bisogna ricordare che Hamas ha espresso più volte disponibilità a una tregua (che negli ultimi sei mesi aveva funzionato) di lungo termine, in cambio di un ritiro dell'assedio israeliano alla popolazione della Striscia. Una posizione assolutamente ragionevole, dal momento che
l'embargo nei confronti di una popolazione sotto occupazione può essere considerato un atto di guerra.

Perché è stato respinto da Tel Aviv?
Non conosco i motivi esatti che hanno portato a questa decisione, che però va inquadrata in una serie d'iniziative che hanno costretto fuori da Gaza giornalisti, esperti di diritti umani, e che hanno impedito a intellettuali palestinesi di lasciare la striscia, in maniera particolare nelle ultime settimane. Una politica che mira a nascondere le condizioni a cui è sottoposta la popolazione palestinese. La stampa israeliana ha ricondotto la decisione di espellerla al suo paragone della situazione dei palestinesi di Gaza con quella degli ebrei nell'Europa occupata dai nazisti. Un mese prima di essere nominato dall'Onu Relatore speciale, ho scritto un articolo giornalistico in cui sostengo che le punizioni collettive subite dalla gente di Gaza ricordano quelle inflitte dai nazisti agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Non ho detto che sono la stessa cosa. Ma ritengo che la mentalità che ha prodotto queste politiche a Gaza sia paragonabile a quella che ha generato le esperienze terribili sperimentate dagli ebrei. Ho inoltre affermato che se queste politiche persistono, c'è il rischio di un «olocausto» per la gente di Gaza, che non è ovviamente la stessa cosa della «soluzione finale» che Hitler aveva previsto per gli ebrei. Ciò non toglie che per il popolo palestinese quello di Gaza rappresenti un olocausto di proporzioni gigantesche. E proprio le notizie delle ultime ore, i tiri d'artiglieria contro la Striscia e la possibilità concreta di un'invasione di terra suggeriscono che il mio commento non fosse un'esagerazione.

La situazione di Gaza rappresenta solo un problema umanitario? No, oltre che di una crisi umanitaria si tratta di un problema politico molto complicato. Ci sono le divisioni tra i partiti palestinesi: la presa del potere da parte di Hamas che - come suggerisce Amira Hass - gli israeliani stanno utilizzando come giustificazione per mantenere
l'occupazione in Cisgiordania ed espandere gl'insediamenti. In un certo senso una delle questioni più grosse è che Israele sta cercando di «pacificare» la Cisgiordania spostando l'attenzione sulla Striscia di Gaza.

 

- L'INVASIONE DI GAZA: "OPERAZIONE PIOMBO FUSO"
Data: Martedì 6 Gennaio 2009

PARTE DI UN PIU' AMPIO PIANO MILITARE E DI INTELLIGENCE ISRAELIANO

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
Globalresearch

I bombardamenti aerei e l'invasione in corso a Gaza da parte delle forze di terra israeliane deve essere analizzata in un contesto storico. L'operazione "Piombo Fuso" è un'iniziativa accuratamente
pianificata, che è parte di un più ampio piano militare e di intelligence formulato per la prima volta nel 2001 dal governo del primo ministro Ariel Sharon:

"Fonti dell'establishment della difesa hanno dichiarato che il ministro della difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze Aeree Israeliane di prepararsi per l'operazione più di sei mesi fa, anche
mentre Israele iniziava a negoziare un accordo per il cessate il fuoco con Hamas". (Barak Ravid, Operation "Cast Lead": Israeli Air Force strike followed months of planning, Haaretz, 27 dicembre 2008)

E' stato Israele a rompere la tregua il giorno delle elezioni presidenziali USA, il 4 novembre:

"Israele ha utilizzato questa distrazione per rompere il cessate il fuoco tra se stesso e Hamas bombardando la Striscia di Gaza. Israele ha preteso che questa violazione del cessate il fuoco è stata per impedire a Hamas di scavare gallerie fino al territorio israeliano.

Proprio il giorno successivo, Israele ha lanciato un terrorizzante assedio di Gaza, bloccando cibo, carburante, rifornimenti sanitari ed altri beni indispensabili per "sottomettere" i palestinesi mentre allo stesso tempo si impegnava in incursioni armate.

In risposta, a Gaza Hamas ed altri sono ancora ricorsi a sparare primitivi, artigianali e nel complesso imprecisi razzi in Israele. Durante i sette anni passati, questi razzi sono stati responsabili della morte di 17 israeliani. Nello stesso intervallo di tempo, gli assalti da guerra lampo israeliani hanno ucciso migliaia di palestinesi, attirando la protesta in tutto il mondo ma non trovando ascolto all'ONU". (Shamus Cooke, The Massacre in Palestine and theThreat of a Wider War, Global Research,  dicembre 2008)

Disastro umanitario pianificato

L'8 dicembre, il vice segretario di stato USA John Negroponte era a Tel Aviv per discussioni con le sue controparti israeliane, compreso il direttore del Mossad, Meir Dagan.

L'"Operazione Piombo Fuso" è stata cominciata due giorni dopo Natale.
E' stata associata ad una campagna internazionale di pubbliche relazioni accuratamente progettata sotto gli auspici del ministro degli esteri di Israele.

I bersagli militari di Hamas non sono l'obiettivo principale. L'operazione "Piombo Fuso" è intesa, del tutto deliberatamente, a provocare vittime civili.

Ciò con cui stiamo trattando è un "disastro umanitario pianificato" a Gaza in un'area urbana densamente popolata.

L'obiettivo a più lungo termine di questo piano, come formulato dai funzionari politici israeliani, è l'espulsione dei palestinesi dalle terre palestinesi:
"Terrorizzare la popolazione civile, garantendo la massima distruzione delle proprietà e delle risorse culturali... La vita quotidiana dei palestinesi deve essere resa insopportabile: dovrebbero essere
bloccati in città e villaggi, impediti ad esercitare una normale vita economica, rimossi dai luoghi di lavoro, dalle scuole e dagli ospedali. Questo incoraggerà l'emigrazione ed indebolirà la resistenza
a future espulsioni". Ur Shlonsky, citato da Ghali Hassan, Gaza: The World’s Largest Prison, Global Research, 2005)

"Operazione Vendetta Giustificata"

E' stato raggiunto un punto di svolta. L'operazione "Piombo Fuso" fa parte della più ampia operazione militare e di intelligence iniziata nel 2001 al principio del governo di Ariel Sharon. E' stato sotto l'"Operazione Vendetta Giustificata" di Sharon che sono stati inizialmente utilizzati quegli aerei da caccia F-16 per bombardare le città palestinesi.

L'"Operazione Vendetta Giustificata" è stata presentata nel luglio del 2001 al governo israeliano di Ariel Sharon dal capo di stato maggiore dell'IDF Shaul Mofaz, sotto il titolo "La distruzione dell'Autorità Palestinese ed il disarmo di tutte le forze armate".

"Lo scorso giugno [2001] è stato redatto un piano di contingenza, dal nome in codice di Operazione Vendetta Giustificata, per rioccupare tutta la Cisgiordania e forse la Striscia di Gaza al costo probabile di "centinaia" di vittime israeliane".
(Washington Times, 19 marzo 2002).

Secondo Jane's 'Foreign Report' (12 luglio 2001) l'esercito israeliano sotto Sharon aveva aggiornato i suoi piani per un "assalto totale per annientare l'autorità palestinese, estromettere Yasser Arafat ed
uccidere o detenere il suo esercito".

"Giustificazione del Massacro"

La "Giustificazione del Massacro" è stata una componente essenziale del piano militare e di intelligence. L'uccisione di civili palestinesi è stata giustificata su "basi umanitarie". Le operazioni
militari israeliane sono state attentamente programmate per coincidere con gli attacchi suicidi:
 L'assalto verrebbe lanciato, a discrezione del governo, dopo un grande attentato suicida in Israele, che provochi molti morti e feriti, citando il massacro come giustificazione. (Tanya Reinhart, Evil
Unleashed, Israel's move to destroy the Palestinian Authority is a calculated plan, long in the making, Global Research, dicembre 2001, enfasi aggiunta)

Il Piano Dagan

Ci si è anche riferiti all'"Operazione Vendetta Giustificata" come il "Piano Dagan", dal nome del generale (a riposo) Meir Dagan, che attualmente dirige il Mossad, l'agenzia di intelligence  israeliana.

Il generale della riserva Meir Dagan era il consigliere per la sicurezza nazionale di Sharon durante la campagna elettorale del 2000. A quanto pare il piano è stato redatto prima dell'elezione di Sharon a primo ministro nel febbraio del 2001. "Secondo Alex Fishman che scrive su Yediot Aharonot, il Piano Dagan consisteva nel distruggere l'autorità palestinese e mettere 'fuori dal gioco' Yasser Arafat". (Ellis Shulman, "Operation Justified Vengeance": a Secret Plan to Destroy the Palestinian Authority, marzo 2001):

"Come riportato su Foreign Report [Jane] e divulgato localmente da Maariv, il piano d'invasione di Israele — secondo quanto riferito soprannominato Vendetta Giustificata — verrebbe lanciato
immediatamente in seguito al prossimo attentato suicida ad alto numero di vittime, durerebbe circa un mese e ci si aspetta che risulti nella morte di centinaia di israeliani e migliaia di palestinesi. (Ibid,
enfasi aggiunta)

Il "Piano Dagan" prevedeva la cosiddetta "cantonizzazione" dei territori palestinesi con cui la Cisgiordania e Gaza verrebbero tagliate fuori completamente l'una dall'altra, con "governi" separati
in ciascuno dei territori. In base a questo scenario, già previsto nel 2001, Israele:
"negozierebbe separatamente con le forse palestinesi che sono dominanti in ciascun territorio-forze palestinesi responsabili per la sicurezza, l'intelligence ed anche per il Tanzim (Fatah)". Il piano
quindi è molto rassomigliante all'idea di "cantonizzazione" dei territori palestinesi, proposto da molti ministeri". Sylvain Cypel, The infamous 'Dagan Plan' Sharon's plan for getting rid of Arafat, Le Monde, 17 dicembre 2001)

Il Piano Dagan ha dimostrato la continuità nel piano militare e di intelligence. Come risultato delle elezioni del 2000, a Meir Dagan venne assegnato un ruolo chiave. "Divenne l'"intermediario" di Sharon nelle questioni della sicurezza con gli ambasciatori speciali del presidente Bush Zinni e Mitchell". Fu successivamente nominato direttore del Mossad dal primo ministro Ariel Sharon nell'agosto del 2002. Nel periodo post Sharon, è rimasto capo del Mossad. E' stato riconfermato nella sua posizione di direttore dell'intelligence israeliano dal primo ministro Ehud Olmert nel giugno del 2008.
Meir Dagan, in coordinamento con le sue controparti USA, è stato responsabile di diverse  operazioni militari e di intelligence. Vale la pena notare che come giovane colonnello Meir Dagan aveva operato da vicino al ministro della difesa Ariel Sharon negli attacchi agli insediamenti palestinesi a Beirut nel 1982. Sotto molti aspetti, l'invasione terrestre di Gaza del 2009 porta una marcata somiglianza all'operazione militare del 1982 guidata da Sharon e Dagan.

Continuità: Da Sharon  a Olmert

E' importante mettere a fuoco molti eventi chiave che hanno preparato la strada alle uccisioni di Gaza sotto l'"Operazione Piombo Fuso":
1. L'assassinio di Yasser Arafat nel novembre 2004. L'assassinio era stato pianificato sin dal 1996 sotto l'"Operazione Campi di Spine". Secondo un documento dell'ottobre del 2000 "preparato dai servizi di sicurezza, su richiesta dell'allora primo ministro Ehud Barak, dichiarava che 'Arafat, la persona, è una grave minaccia alla sicurezza dello stato [di Israele] ed il danno che risulterà dalla sua scomparsa è minore del danno provocato dalla sua esistenza'". (Tanya Reinhart, Evil Unleashed, Israel's move to destroy the Palestinian Authority is a calculated plan, long in the making, Global Research, dicembre 2001. Dettagli del documento sono stati pubblicati su Ma'ariv, 6 luglio 2001).

L'assassinio di Arafat è stato ordinato nel 2003 dal gabinetto israeliano. E' stato approvato dagli USA che opposero il veto ad una Risoluzione di Sicurezza delle Nazioni Unite che condannava la
decisione del gabinetto israeliano del 2003. Reagendo a moltiplicati attacchi palestinesi, nell'agosto del 2003, il ministro della difesa Shaul Mofaz dichiarò "guerra totale" ai militanti ai quali giurò
"marcati a morte".

"A metà settembre, il governo israeliano approvò una legge per sbarazzarsi di Arafat. Il gabinetto politico per gli affari della sicurezza di Israele la dichiarò "una decisione di rimuovere Arafat
come un ostacolo alla pace". Mofaz minacciò: "sceglieremo il giusto modo ed il giusto tempo per uccidere Arafat". Il ministro palestinese Saeb Erekat raccontò alla CNN che pensava che Arafat sarebbe stato il prossimo bersaglio. La CNN chiese al portavoce di Sharon Ra'anan Gissan se il voto significasse l'espulsione di Arafat. Gissan chiarì: "Non significa questo. Oggi il gabinetto ha deciso di rimuovere questo ostacolo. Il momento, il metodo, i modi con i quali ciò avrà luogo saranno decisi separatamente ed i servizi di sicurezza monitoreranno la situazione e faranno le raccomandazioni sull'azione opportuna".
(Vedi Trish Shuh, Road Map for a Decease Plan,  www.mehrnews.com 9 novembre 2005).

L'assassinio di Arafat faceva parte del Piano Dagan del 2001. Con ogni probabilità, è stato eseguito dall'intelligence israeliana. Era inteso a distruggere l'Autorità Palestinese, fomentare divisioni all'interno di Fatah come pure tra Fatah e Hamas. Mahmoud Abbas è un quisling palestinese. E' stato installato come leader di Fatah, con  l'approvazione di Israele e degli USA, che finanziano le forze paramilitari e di sicurezza dell'Autorità Palestinese.


2. La rimozione, in base agli ordini del primo ministro Ariel Sharon nel 2005, di tutti gli insediamenti ebraici a Gaza. E' stata trasferita una popolazione ebraica di 7.000 persone.

"E' mia intenzione [Sharon] di attuare un'evacuazione – scusate, un trasferimento – di insediamenti che ci causano problemi e di luoghi che non terremo comunque in un insediamento finale, come gli
insediamenti di Gaza.... Sto operando in base all'ipotesi che in futuro non vi sarà nessun ebreo a Gaza", ha dichiarato Sharon". (CBC, marzo 2004)

La questione delle colonie a Gaza fu presentata come parte della "cartina stradale alla pace" di Washington. Celebrata come una "vittoria" dai palestinesi, questa misura non era diretta contro i
coloni ebrei. Proprio l'opposto: era parte dell'operazione coperta complessiva, che consisteva nel trasformare Gaza in un campo di concentramento. Finché i coloni ebrei vivevano dentro Gaza,
l'obiettivo di mantenere un grande territorio prigione ostruito non poteva essere raggiunto. L'esecuzione dell'"Operazione Piombo Fuso" richiedeva "nessun ebreo a Gaza".

3. La costruzione dell'ignobile Muro dell'Apartheid venne decisa subito dopo l'inizio del governo Sharon.

4. La fase successiva è stata la vittoria elettorale di Hamas nel gennaio del 2006. Senza Arafat, gli architetti militari e di intelligence israeliani sapevano che Fatah sotto Mahmoud Abbas avrebbe
perduto le elezioni. Questo era parte dello scenario, che era stato previsto ed analizzato bene in anticipo.

Con Hamas a capo dell'autorità palestinese, utilizzando il pretesto che Hamas è un'organizzazione terrorista, Israele avrebbe attuato il processo di "cantonizzazione" come concepito in base al piano Dagan. Fatah sotto Mahmoud Abbas sarebbe rimasta formalmente al comando della Cisgiordania. Il puntualmente eletto governo Hamas sarebbe stato confinato alla striscia di Gaza.

Attacco di terra
Il 3 gennaio, i carri armati e la fanteria israeliani sono entrati a Gaza in una offensiva terrestre totale:"L'operazione di terra è stata preceduta da diverse ore di fuoco dell'artiglieria pesante a notte fatta, incendiando i bersagli in fiamme che sono scoppiate nel cielo notturno.Il fuoco di
mitragliatrice sferragliava mentre proiettili traccianti luminosi balenavano nella notte attraverso l'oscurità ed il fragore di centinaia di proiettili di artiglieria mandava su lampi di fuoco".
(AP, 3 gennaio 2009)

Fonti israeliane hanno indicato un'operazione militare a lungo protratta nel tempo. "Non sarà semplice e non sarà breve", ha dichiarato il ministro della difesa Ehud Barak in un discorso alla TV.

Israele non sta cercando di obbligare Hamas a "cooperare". Ciò di cui ci stiamo occupando è l'attuazione del "Piano Dagan" come inizialmente formulato nel 2001, che richiedeva:
"un'invasione del territorio controllato dai palestinesi da circa 30.000 soldati israeliani, con la missione chiaramente definita di distruggere le infrastrutture della leadership palestinese e
raccogliere l'armamento attualmente posseduto dalle diverse forze palestinesi ed espellere o uccidere la loro leadership militare. (Ellis Shulman, op cit, enfasi aggiunta)

Il più ampio interrogativo è se Israele in consultazione con Washington sia determinata a dare l'avvio ad una guerra più estesa.

L'espulsione di massa potrebbe avvenire a qualche stadio successivo dell'invasione terrestre, se gli israeliani dovessero aprire le frontiere di Gaza per permettere l'esodo della popolazione. All'espulsione si riferiva Ariel Sharon come ad "una soluzione stile 1948". Per Sharon "è necessario solamente trovare un altro stato per i palestinesi. - 'La Giordania è Palestina' - era la frase che Sharon aveva coniato". (Tanya Reinhart, op cit)

Versione originale:
Michel Chossudovsky Fonte: www.globalresearch.ca/
LInk:
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=11606
4.01.2009
Versione italiana: Fonte:
http://freebooter.da.ru/ 5.01.2009
Traduzione a cura di FREEBOOTER

 

- Diario da Gaza, noi bersagli ambulanti

Sfilano timorosi con gli occhi rivolti in alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte, timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c'erano le case, le scuole, le università, i mercati, gli ospedali, seppellendo per sempre le loro vite. Ho visto carovane di palestinesi disperati sfollare da Jabiliya, Beit Hanoun e da tutti i campi profughi di Gaza, ed andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite come terremotati, come vittime di uno tsunami che giorno per giorno sta inghiottendo la Striscia di Gaza e la sua popolazione civile, senza pietà, senza alcuna minima osservanza dei diritti umani e delle convenzioni di Ginevra. Soprattutto senza che nessun governo occidentale muova un solo dito per fermare questi massacri, per inviare qui personale medico, per arrestare il genocidio di cui si sta macchiando Israele in queste ore.

Continuano gli attacchi indiscriminati a ospedali e a personale medico. Ieri dopo aver lasciato l'ospedale di Al Auda a Jabiliya ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell'Ism, una bomba è caduta sull'ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito al capo. Giusto poco prima, con lui, comunista, davanti a un caffè, ascoltavo le eroiche gesta dei leader del Fonte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa, Ahmad Al Sadat. Gli si erano illuminati gli occhi al sapere che le prime nozioni di cosa fosse l'immensa tragedia della Palestina mi erano stati impartiti dai miei genitori, comunisti convinti. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani davvero rivoluzionari, del passato, e gli avevo risposto Antonio Gramsci, e quelli di oggi, mi ero preso tempo, gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed giace ora in coma nell'ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta.

Verso mezzanotte ho ricevuto un'altra chiamata, questa volta da Eva, l'edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza city, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporters palestinesi, è la sede dei principali media che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito da dieci giorni. Reuters, Fox news, Russia today, e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti, i cameramen, i fotografi, i reporter, tutti palestinesi dal momento in cui Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obbiettivi «strategici» attorno a quel palazzo, né resistenza che combatte l'avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ben più a nord. Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire le immagini dei massacri di civili che si sovrappongono a quelle dei briefing, con rinfresco offerto ai giornalisti prezzolati.
Tramite queste conferenze stampa stanno dichiarando al mondo che gli obbiettivi delle bombe sono solo terroristi di Hamas, e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie. A Zetun, una decina di chilometri da Jabaliya, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una decina le vittime, le ambulanze hanno atteso diverse ore prima di poter correre sul posto, i militari continuano a spararci a contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa una «pacifista» israeliana mi avevo detto a chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le loro armi a disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva, terminino l'inumana agonia di migliaia di corpi maciullati nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all'inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati.
Riguardando oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Naqba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di stati e governi che si definiscono democratici, c'è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Naqba, una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese.

Fino a qualche istante fa si contavano 650 morti, 153 bambini uccisi, più di 3000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l'esercito israeliano ha iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo i migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai villaggi, solo per raccoglierli tutti in posto unico, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi. L'ultima, quella di Al Fakhura, a Jabiliya, è stata centrata in pieno. Più di 40 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte in blu con i loghi dell'Onu. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano. Non c'è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del Sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria e in Giordania. La Striscia di Gaza da enorme prigione a cielo aperto, si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il consiglio di sicurezza dell'Onu riuscirà questa volta a pronunciare un'unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto, e poi chiamarlo pace. Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l'alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono stati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci.
Spero di riuscire a rivedere un giorno tutti gli amici che non posso più contattare, ma non mi illudo.

Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato Italiano, dicono che domani evacueranno l'ultima nostra concittadina. Una anziana suorina che da ventanni anni abitava nei pressi della chiesa cattolica di Gaza,ormai adottata dai palestinesi della Striscia. Il console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest'ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L'ho ringraziato per la sua offerta, ma da qui non mi muovo, non ce la faccio. Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora che italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l'olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato.
Restiamoumani.


Vittorio Arrigoni

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- Parole di burro

 

Molto è stato detto e scritto a proposito della crisi di Gaza e del violento conflitto che è tuttora in corso e che ha causato un numero enorme di morti. Un particolare però colpisce molto ed è l’insistenza quasi ossessiva dei media e dello stesso Stato d’Israele, attraverso i suoi organi ufficiali, sul concetto di legittimità dell’attacco, sul diritto all’autodifesa, un’insistenza che dal lato israeliano si può spiegare nel modo più banale possibile, nel senso cioè di evitare critiche generalizzate sul tipo di azione e sui mezzi utilizzati; tuttavia questa insistenza fa i conti con un’altra ovvietà, molto più tragica, e relativa al fatto che questa volta i morti sono tanti e la potenza di fuoco utilizzata ha pochissimi precedenti nella storia di questo sanguinoso conflitto.

 

Da ciò deriva l’insistenza sul diritto, sulla ricerca di legittimità quasi ossessiva, su aspetti formali che per certi versi sono anche ridicoli se si pensa ad esempio alla densità abitativa della Striscia di Gaza. Il fatto in sé dei morti e delle perdite civili impone una riflessione generale su come vengono interpretate determinate crisi (penso ad esempio all’intervento dei “volenterosi” in Iraq con la fanfaluca delle armi di distruzione di massa) e sul ruolo della comunità internazionale e dei media  nel “coprire” determinati fatti, nel senso del termine inglese coverage, che viene infatti utilizzato con riferimento alle notizie, ma che in italiano assume significati diversi.

 

Appare inoltre ironico come l’appello al rispetto di regole formali venga proprio dalla parte israeliana, che in questo caso si comporta in maniera simile all’invocazione da parte di Hamas, non certo un campione di diritto, del rispetto di regole formali, quando proprio Israele non rispetta il diritto internazionale, a partire dalle risoluzioni dell’Onu, la questione degli insediamenti in Cisgiordania, la confisca di terra e abitazioni, un regime di occupazione con pesanti violazioni dei diritti umani documentate dai rapporti delle Nazioni Unite e non certo dall’ufficio stampa di Hamas, mostrando come il diritto venga tirato da una parte e dall’altra secondo i propri scopi, chi è più bravo, ma in questo caso diremo forte, lo fa rispettare, ma non mi sembra un modo corretto di intendere il diritto. Questa tuttavia è la storia del conflitto israelo palestinese, così come la storia delle Relazioni Internazionali, per cui nulla di nuovo si potrebbe dire.

 

Se il rispetto delle regole formali e la loro violazione deve essere il filo interpretativo di questa vicenda, dovremo allora riportare che certamente Hamas ha lanciato e lancia i razzi sulle città israeliane, anche questo è un fatto e deve essere condannato, tuttavia i termini della tregua siglata a giugno prevedevano l’allentamento del blocco economico su Gaza, cosa che non è mai avvenuta, basta parlare con qualsiasi membro di organizzazione umanitaria presente sul territorio, oppure che le incursioni dell’esercito in territorio palestinese sono state assai frequenti almeno quanto lo sono stati i razzi. Si vuole davvero risalire a chi ha cominciato per primo? Lo volete davvero? Si vuole stabilire chi ha iniziato il tutto? Allora non basta pensare alla tregua di giugno, ma saremo costretti a ritornare indietro nel tempo, a riprendere tutti i fili del conflitto più intricato della nostra storia. L’utilizzo della violenza per questo conflitto non può essere più analizzato in termini di causa ed effetto, non ha più senso per persone che nascono nell’odio e si alimentano nell’odio, ma in termini di processo, e di come l’aumento della violenza sia da far risalire, non tanto ad un fatto specifico, ma a molteplici fattori che agiscono contemporaneamente, penso ad esempio a come cambiano i repertori della violenza politica in base alla percezione del grado di divisione interna di una società.

 

A questo proposito, un interessante contributo è dato da una ricerca pubblicata circa un anno fa da un professore israeliano, Eitan Alimi (Israeli Politics and the First Palestinian Intifada, Routledge 2007), che, analizzando la prima Intifada, arriva alla conclusione che l’aumento delle azioni palestinesi in termini non tanto di violenza quanto di incidenza fosse legato alla percezione da parte palestinese delle divisioni interne alla società israeliana. Quanto più gli Israeliani sembravano divisi sulla risposta da dare al sollevamento popolare tanto più i Palestinesi diversificavano i repertori della protesta, lasciando che la società israeliana si dividesse ancora di più e aumentando così il loro potere negoziale. Nella seconda Intifada invece l’utilizzo della violenza contro i civili non ha fatto altro che compattare sempre più la popolazione israeliana nei confronti della risposta da dare ai Palestinesi, anche se questa, molte volte, sembra totalmente illogica e sterile da un punto di vista politico. Tenere sotto scacco un’intera popolazione non ha fatto altro che aumentare le chances dei movimenti più radicali che non hanno nessun incentivo a de radicalizzare; perché si dovrebbe de – radicalizzare quando la promessa è quella di uno Stato che non sarà mai uno Stato, senza collegamenti, senza economia? Tanto vale perseverare in una logica mortifera.

 

Quando si dice che il ritiro da Gaza sia stata un’occasione persa dai Palestinesi, in realtà non si dice che Israele si è ritirata da Gaza e ha gettato via la chiave della gabbia, delegittimando la leadership palestinese e chiudendo al contempo tutte le possibilità di sviluppo economico. Ricordo sempre l’immagine di un contadino di Gaza che nutriva speranza nel ritiro da Gaza, contento della possibilità di far arrivare le sue cipolle a Ramallah, e che dopo qualche mese dovette buttare il raccolto perché non passava nulla dai valichi, diceva che ormai erano sempre le stesse monete a circolare e che la disperazione aumentava. Lo stesso discorso vale per i pescatori che volevano pescare più a largo in quanto la fascia costiera è troppo inquinata, ma venivano fermati e arrestati dalle autorità israeliane. Subito dopo il ritiro da Gaza, l’allora inviato del quartetto, James Wolfensohn, ex direttore della Banca Mondiale, aveva cominciato a pianificare un piano d’azione per il rilancio economico della Striscia, e quindi porti, aeroporti, infrastrutture, attività economiche, acqua; Wolfensohn fu cacciato dopo pochi mesi! Ci sono troppe verità scomode in questo conflitto, ma bisogna aver il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: i razzi di Hamas sono illegali tanto quanto è illegale l’occupazione israeliana e la violazione continua de diritti umani nei Territori.

 

E’ proprio una logica mortifera quella che Israele sta percorrendo con questo attacco, Hamas è anch’esso responsabile nei confronti della propria popolazione, paradossalmente costringe Israele a buttarsi completamente nel conflitto, sta inducendo Israele a tentare la via del massacro, d’altro canto se Israele dovesse fermarsi domani corre il rischio di un secondo Libano, con una vittoria di Hamas agli occhi dei Palestinesi, per cui è da questo baratro che bisogna uscire, ma soprattutto bisogna riconoscere e isolare il processo di violenza all’interno del quale ci si è gettati. Da studioso del conflitto, ho sentito tante soluzioni, tuttavia credo che un punto di partenza sia necessario, e purtroppo bisogna fare i conti con Hamas. Hamas esiste e la via della distruzione totale è troppo costosa in termini di vite umane, parlare con Hamas non implica nulla di disdicevole che non sia già avvenuto in questa terra, se pensiamo che negli anni Ottanta, Yitzhak Rabin aveva contatti con Hamas, o che il movimento fondamentalista non fu ostacolato nei suoi primi passi proprio da Israele che lo utilizzava in funzione di opposizione all’Olp, credo che in qualche modo bisogna sporcarsi le mani, dare alle cose e agli eventi il loro giusto peso e nome; inutile dire che il modo scelto da Israele e sostenuto indirettamente da Hamas in termini di processo che conduce alla violenza, è quello peggiore e meno utile a livello politico, ma questo fa parte delle tante ovvietà del conflitto.

 

Paolo Napolitano

Dottorando in Scienza Politica e Relazioni Internazionali

Università di Torino

 

 

17 Aprile - Giornata per i prigionieri politici Palestinesi

L'appello dei parlamentari europei: «Giustizia per i prigionieri palestinesi»

Di Luisa Morgantini*

Tratto da Liberazione 18 aprile 2008

Era un giorno di otto anni fa, quando Widad ha riabbracciato suo figlio, nella prigione di Ashkelon, in Israele: erano anni che non lo vedeva, ogni volta le autorità israeliane opponevano ragioni di "sicurezza". Widad Naief Mohammad Atabeh vive a Nablus, ha 78 anni, soffre di ipertensione, diabete e i suoi occhi non vedono più come l'ultima volta che ha visto Saed: «Mi ha stretta e mi ha detto che è come se nascesse ancora una volta. Quei minuti sono stati i più belli, ma l'attimo in cui ci siamo separati è stato il più duro e doloroso» scrive oggi in un appello a tutte le madri del mondo perché facciano pressioni sulle autorità israeliane per realizzare il suo desiderio e vedere Saed un'ultima volta.

Saed Wajih Saed Atabeh, arrestato il 29 luglio 1977, ha oggi 57 anni e ne ha scontati 32 nella sua cella. E' il prigioniero palestinese da più tempo rinchiuso nelle carceri israeliane e - dice sua madre - nei villaggi è conosciuto come il Mandela della Palestina. In tutti questi anni, le autorità israeliane non hanno più accordato a Widad il permesso di visitarlo e nella sua casa di Nablus, città sotto l'assedio costante delle incursioni israeliane, mentre riesce a stento a camminare, continua a chiedere giustizia: perché l'assassino di Rabin, Yegal Amir, riceve visite della famiglia, si è sposato e ha avuto un figlio in prigione, mentre al suo Saed non lasciano nemmeno la possibilità di un ultimo abbraccio?

Per l'ultimo rapporto Onu sui diritti umani nei Territori occupati oltre 11mila prigionieri palestinesi sono nelle carceri israeliane, inclusi migliaia di malati, 376 bambini, 118 donne e 47 parlamentari. Dal 1967 ad oggi sono più di 700mila i palestinesi arrestati su una popolazione di 3 milioni e mezzo di persone: cifre che fanno di Israele un unicum delle reprimende da parte del Consiglio Onu per i diritti umani, disattese dal governo Israeliano e lasciate cadere nell'oblio dalla comunità internazionale.

Nulla si fa, ad esempio, per impedire il ricorso sistematico alla detenzione amministrativa, una pratica che consente il fermo di palestinesi - 813 alla fine di gennaio 2008- rinnovato di 6 mesi in 6 mesi e che può durare anni e anni senza che essi abbiano un processo né la possibilità di difendersi legalmente. Non si possono tollerare queste violazioni dei diritti umani: per questo un gruppo di 46 parlamentari europei di diverse forze politiche si è fatto promotore di un'interrogazione parlamentare al Consiglio e alla Commissione UE per far luce sull'abuso della detenzione amministrativa così come sulle centinaia di bambini palestinesi che in prigione subiscono trattamenti disumani, interrogatori durissimi, privazioni di cibo, sonno e sono esposti a malattie difficilmente curabili nelle loro celle, dove sono rinchiusi insieme ad adulti, senza sostegno psicologico né la possibilità di portare avanti i loro studi: spesso anzi sono minacciati, picchiati e torturati, in palese violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino adottata da Israele nel 1991 ma di fatto disattesa. E negli anni di questa seconda Intifada, più di 6.000 sono passati nelle carceri. Ma i bambini palestinesi subiscono pesanti conseguenze anche quando i permessi di visita non vengono accordati alle madri, alle mogli, ai fratelli o alle sorelle dei detenuti e allora sono loro, i più piccoli a partire alle 4 del mattino, con gli occhi pieni di sonno, a mettersi in viaggio per ore con la paura dei check point e dei soldati israeliani e la responsabilità di essere l'unico legame tra la famiglia e il fratello o padre incarcerato. Portano sacchi pieni di medicine, qualcosa da mangiare, sigarette, e le parole della mamma che non può dire di persona. Al rientro sono scossi, quasi non riescono a parlare, già così nervosi, turbati, esausti: il giorno seguente saltano la scuola, e almeno una settimana di assenze al mese se ne va per quella loro evitabile, straordinaria avventura.

Chiediamo giustizia e legalità, aspettando risposte chiare dalla Commissione e dal Consiglio dell'Ue perché ci dicano -in particolare con il riferimento all'art. 2 dell'Accordo di Associazione tra UE e Israele- che prevede la sospensione degli accordi in caso di violazione dei diritti umani- le azioni da intraprendere per il rispetto del diritto e delle convenzioni internazionali ratificate da Israele.

Ma il primo passo spetta al governo israeliano che continua a disattendere qualsiasi impegno di pace: ascolti invece l'appello lanciato da Marwan Barghouti, parlamentare, sequestrato nel 2002 e condannato a 5 ergastoli, che dalla sua cella chiede ad Israele di onorare i suoi 60 anni "firmando la pace, riconoscendo il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese, ponendo fine all'occupazione militare, liberando gli 11mila incarcerati", consentendo a Widad, alle altre madri di riabbracciare i loro cari e assicurando ai bambini il diritto di avere un'infanzia sicura come ogni bambino dovrebbe avere.

Ieri è stata la giornata dei prigionieri politici palestinesi, in migliaia hanno chiesto la loro liberazione: chiediamola anche noi, non lasciamoli soli, uniamoci alla richiesta per il rilascio di Marwan Barghouti, capace di rappresentare l'unità del suo popolo e del suo Territorio, fondamentale per ogni negoziato di pace, soprattutto in vista delle prossime elezioni presidenziali -gennaio 2009- a cui si presenterà, speriamo, non più da carcerato.

18/04/2008

* Vicepresidente del Parlamento Europeo

APPELLO PER LA LIBERAZIONE IMMEDIATA DI MARWAN BARGHOUTI

Cari colleghi e care colleghe,

Per dare un seguito all’audizione sulla situazione dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, organizzata nell’ambito della Commissione DROI il 27 febbraio scorso alla presenza del Ministro palestinese per i prigionieri politici Ashraf Al Ajami e Fadwa IBRAHIM, Avvocato, rappresentante della "Free Marwan Barghouti Campaign" vi invito a firmare questo appello in favore della liberazione immediata di Marwan Barghouti.

APPELLO PER LA LIBERAZIONE IMMEDIATA DI MARWAN BARGHOUTI

Il Parlamento europeo ha chiesto a più riprese la liberazione dei parlamentari palestinesi.

Questo 15 aprile segna il sesto anniversario dell’imprigionamento del primo di loro ad essere stato prelevato dalle forze israeliane dallo scoppio della seconda Intifada.

Il suo arresto e trasferimento in Israele, effettuati senza alcun riguardo per il suo status di eletto, contravvengono alla IV Convenzione di Ginevra e agli accordi di Oslo.

Noi, membri del Parlamento Europeo, abbiamo dunque deciso di cogliere questa occasione per chiedere la liberazione immediata di Marwan Barghouti.

Marwan Barghouti è stato uno dei principali ispiratori e redattori del « documento dei prigionieri » che è servito da base al “documento di riconciliazione nazionale” palestinese.

La sua popolarità, che supera ampiamente i particolarismi politici, fa sì che la sua liberazione potrebbe contribuire in modo decisivo a favore della riconciliazione nazionale.

La sua credibilità presso il popolo palestinese, così come il suo impegno costante per una pace giusta e duratura con gli Israeliani, fanno di lui un’opportunità per il processo in corso che deve portare alla fine dell’occupazione e alla coesistenza di due stati, in pace e sicurezza.  

Numerosi leader mondiali e alcuni membri importanti del Governo israeliano hanno chiesto la sua liberazione. Questa liberazione farebbe parte del rispetto dei diritti legittimi dei palestinesi e si iscriverebbe in tal modo nel quadro delle misure di fiducia che devono essere prese con urgenza per permettere la conclusione di un accordo di pace capace di rispondere alle aspettative dei due popoli.

Primi firmatari

Borrell Fontelles Josep

Cohn-Bendit Daniel

De Keyser Véronique

Flautre Hélène

Frassoni Monica

Gruber Lilli

Hammerstein David

McMillan-Scott Edward

Morgantini Luisa

Napoletano Pasqualina

Patrie Beatrice

Saïfi Tokia

Swoboda Hannes

Triantaphyllides Kyriacos

Wurtz Francis

 

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“La loro memoria, il nostro impegno”

 

Il 15  marzo, a Bari, si è svolta la

13° giornata della memoria e dell’impegno

per ricordare le vittime delle mafie

 

Il sole delle 10 del mattino intiepidisce l’aria del 15 marzo. Nel pullman che porta a Punta Perotti, nonostante il poco spazio vitale, i ragazzi cantano ad una sola voce “I cento passi”. Sul lungomare ci si rende conto che i passi saranno più di cento, perché la gente straripa dal parco, affluisce continuamente, instancabilmente ed il corteo ingrassa metro dopo metro. Dagli altoparlanti, disposti lungo tutto il percorso, i nomi ed i cognomi colpiscono la coscienza come proiettili. Non nascondo un certo fastidio per quel martellante continuo susseguirsi di nomi. Come un appello di 705 assenti ripetuto all’infinito. Uomini e donne colpevoli di aver applicato la legge o solo di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le storie raccontante senza rabbia e senza sentimentalismo spicciolo dai famigliari, purtroppo, si assomigliano in particolar modo nelle solitudini, nella collusione del malaffare con le autorità, nella doppia beffa dell’ingiustizia, dell’insabbiamento.

Dopo un po’ di tempo ci si rende conto che proprio il ripetersi dei nomi aiuta a mettere un passo dopo l’altro. Il ritmico elenco è un incoraggiamento. L’appello che ascoltiamo non è di assenti, ma di presenti, di centomila persone da tutta Italia, anzi, da tutta Europa (ci sono infatti ragazzi da tutti gli stati europei).

A me piacerebbe avere un foglio abbastanza grande per poter scrivere tutte le storie che ho ascoltato; raccontate con dignità dalla voce ferma di orfani, vedove e genitori sopravvissuti ai figli. Mi pare l’unica maniera per far scattare, dall’interno, una forza propulsiva che trasforma il furore in azione consapevole, capace di prodursi in ogni scelta che costituirà una società finalmente “libera”.

(T. M.)

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(foto R.Bruno) 

 

 

 

Il disarmo nucleare in Italia ed in Europa- Un futuro senza atomiche

Il 13 marzo a Bari, presso il Fortino di Sant’Antonio si è  tenuta la conferenza “Disarmo Nucleare in Italia ed in Europa: un futuro senza atomiche”.

 

Relatori Lisa Clark del Comitato Promotore dell’iniziativa di legge popolare per rendere l’Italia zona libera da armi nucleari - campagna “Un futuro senza atomiche” - e il prof. Nicola Cuffaro del  Dipartimento Interateneo di Fisica dell'Università di Bari, in rappresentanza dell’Unione Scienziati per il Disarmo (USPID) e del Pugwash-Bari Committee. Ha introdotto l’assessore alla Pubblica Istruzione, Accoglienza e Pace del Comune di Bari, Pasquale Martino.

 

“Questa campagna – ha detto Lisa Clark – è un ritornare, ma con una consapevolezza più ampia, agli inizi della campagna per la pace, a quel movimento pacifista degli anni Ottanta, che ha posto le basi di un’alleanza con i paesi dell’Est sui temi del disarmo.

Ma perché è necessario riprendere adesso questa battaglia dopo un periodo di quiete negli anni 90? In quel periodo, all’indomani dell’accordo del 1987 tra Reagan e Gorbaciov, si diffuse la sensazione, più semplicemente l’illusione, di uno smantellamento totale in atto. In seguito, fino al ’92, delle armi nucleari non ci si è occupati più di tanto.

“Pensavamo – ha continuato Lisa Clark - si fosse realizzato finalmente la lettera e lo spirito del trattato del ‘70, in cui i paesi firmatari sancivano impegni in direzione del disarmo totale. Ma dal ‘92 ogni accordo è iniziato a diventare sempre meno rigido e stringente fino a dichiarazioni di non smantellamento, bensì di sola rimozione dalle rampe di lancio. È stato poi all’inizio di questo millennio che ci siamo trovati gettati in un clima di tensione, in una situazione di tale gravità che non avremmo mai potuto immaginare.

“Con il terrorismo internazionale a seguito dell’ 11 settembre, è in atto una pericolosa corsa al riarmo, al rilancio ed allo studio di programmazioni e sperimentazioni di nuovi arsenali atomici nei paesi USA, GB, Francia, Russia, (della Cina poi non sappiamo niente). In tale clima, il principio della deterrenza sembra essere diventato sacrosanto”. Lisa Clark ha qui ricordato la recente dichiarazione della Corea del Nord: solo un forte deterrente come un’ arma nucleare può fornire ad una nazione, garanzia di sicurezza. Eppure paradossalmente è proprio la questione della sicurezza, sventolata come alibi e superficiale giustificazione ai fini del possesso di testate nucleari, che costituisce la motivazione di fondo al disarmo; possedere armamenti nucleari è in definitiva più pericoloso che utile per la sicurezza di una nazione!  

L’intervento del prof. Cuffaro è stato qui chiarificatore circa lo stato attuale delle testate nucleari nel territori di Aviano e Ghedi, la reale possiblità di utilizzo e il grado di pericolosità.

Sollecitata da più interventi, Lisa Clark ha sottolineato che oggi, dopo otto anni di governo Bush ci troviamo a riscoprire drammaticamente l’urgenza dei temi del pacifismo e del disarmo. Temi che di recente sono stati sostenuti con forza anche da personalità e soggetti nuovi. C’è tutto un settore dell’intelligence americana che ha smentito le posizioni e le tesi di Bush in merito all’Iraq. Di contro i falchi della NATO continuano a sostenere le tesi di una “guerra nucleare preventiva”, vera assurdità perché è un concetto che si svolge da sé, quello di una guerra nucleare che non lascia né vincitori né vinti.

Guerra nucleare equivale a distruzione di civiltà! Un concetto forse non afferrato fino in fondo con tutte le sue implicazioni. “Giganti della tecnologia, ma nani sul piano dell’etica”, così si espresse un generale americano, inviato in Giappone con le truppe di occupazione all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, dopo aver  constatato di persona gli effetti del bombardamento nucleare. 

“Oggi più che mai - ha sintetizzato Lisa Clark - abbiamo bisogno di prender sul serio questa lotta per la civiltà nel clima di insicurezza che respiriamo. Abbiamo bisogno in definitiva di mettere in azione un circolo virtuoso, in cui ognuno faccia la propria parte: il gesto di rimetterci in regola in casa nostra prima di chiederlo agli altri”.

 

Ma quali le strade, le modalità di azione da adottare per muoversi nella direzione del disarmo?

La visione della municipalità – già emersa nell’introduzione di accoglienza dell’assessore Martino, in stretta relazione ai temi della partecipazione cittadina, della presa di consapevolezza del diritto alla qualità della vita a misura d’uomo - è riemersa nel momento in cui Lisa Clark ha sostenuto la necessità dell’ associazionismo a diversi livelli, come quello dell’associazione dei sindaci per la pace, “Mayors for Peace”. Qui si è lavorato allo stesso modo del protocollo di Kyoto: costruendo un contenitore nuovo col compito di “tirarci dentro chi non ci vuole stare ancora”. Senza dimenticare l’ONU che ha dichiarato il decennio prossimo, decennio per il disarmo (e qui ancora una volta non bisogna dimenticare che sono le nazioni le vere protagoniste delle azioni dell’ONU). Non sono mancati riferimenti all’UE, alla necessità di un movimento europeo, all’impellenza di costruire una trasversalità di azioni tra i paesi europei, a piccoli passi, capitalizzando azioni come quelle del Belgio, che ha preso la decisione di smantellare gli impianti nucleari entro i prossimi quarant'anni.

“Ma soprattutto abbiamo bisogno di testimonianze, azioni, costruzioni di relazioni”, è stato l’ultimo messaggio che Lisa Clark ha lanciato nella sala conferenze del Fortino a Bari.

                                                                                                            (f. d.)

In ricordo di Were:

Una delle persone a cui Kenda deve la sua "identità" è Mugabe Were. Piccole attività condivise avevano fatto nascere un'amicizia. Un'azione scellerata ha stroncato una vita, spezzato una famiglia, diviso una società e interrotto un progetto di solidarietà lungo anni. Tutti i componenti dell'Associazione Kenda Onlus - Cooperazione tra i Popoli eprimono a Maria ed a tutta la famiglia di Were il proprio cordoglio ed il proprio sostegno.

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Libera&Bari

XIII giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie

La XIII Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie promossa da Libera in collaborazione con Avviso Pubblico si svolgerà il 15 marzo 2008 a Bari (data anticipata di una settimana rispetto al tradizionale e ufficiale 21 marzo, coincidente con il prossimo venerdì santo). La giornata con il patrocinio della Regione Puglia, della Provincia e della Città di Bari ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie – su quelle pugliesi, circa quaranta, è calato il silenzio - e rinnova in nome di quelle vittime l’impegno di contrasto alla criminalità organizzata. La Giornata della Memoria e dell’Impegno è dedicata a tutte le vittime, proprio tutte.

 

Dai nomi più famosi a quei semplici cittadini, magistrati, giornalisti, operatori delle forze dell'ordine, imprenditori, sindacalisti, sacerdoti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perchè, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere.

 

Il programma delle giornate:

Venerdì - 14 marzo 2008
Ore 11.00 Conferenza stampa di presentazione convenzione Libera Terra e Unipol presso il Comune di Bari
Saranno presenti Luigi Ciotti e Pierluigi Stefanini (Presidente Unipol)
ore 11.00 Assemblea di Avviso Pubblico a Bitonto
ore 16.00 Incontro dei familiari delle vittime con le quaranta associazioni europee di
FLARE (Freedom Legality And Rights in Europe), con le scuole e le istituzioni.
ore 18.00 Veglia di preghiera in Cattedrale in ricordo delle vittime delle mafie
ore 21.00 Fiera del Levante Bari “Poliziotta per amore”Monologo teatrale scritto da Nando Dalla Chiesa e interpretato da Beatrice Luzzi


Sabato - 15 marzo 2008
ore 9.00 Raduno dei partecipanti a Punta Perotti
ore 10.00 Inizio del corteo con la lettura dei nomi delle vittime
ore 12.00 Arrivo del corteo in Piazza della Libertà. Saluti dei familiari e delle autorità
ore 15.00 - 17.30
Workshop
• “Minori e mafie”
• “I ragazzi d’Italia si incontrano”
• “L’Europa contro le mafie”
• “Mafie e corruzione: strumenti di prevenzione e contrasto nelle pubbliche amministrazioni”
ore 18.00 Concerto finale e partenza dei partecipanti


15 marzo - animazione delle piazze nel pomeriggio
Piazza del Ferrarese
Spettacolo “Moda Nostra” di Casa Comune Area Teatro (di Augusta) Animazione a cura
de La Farandula (di Bari)
Piazza della Libertà
Animazione di strada e giocoleria del presidio Peppino Impastato - Moncalieri
Gruppo percussioni del Senegal del presidio Rita Atria - Chieri
Piazza Garibaldi ore 14.30
Spettacolo “Speranze” su Peppino Impastato del Presidio Harry Loman - Torino
ore 16.30
Spettacolo di Alessandro Langiu “Crack’s Epoc”.

 

Ulteriori informazioni su www.libera.it ed al link http://www.comune.bari.it/comune/opencms/sito/Bari/dettaglio.jsp?cdFileName=/sito/Bari/common/index_110308_175902.xml

 

Il Kenia e l'Italia hanno perso un grande uomo

Sembrano così lontane, quelle guerre civili, fotogrammi di violenza di mondi che appaiono lontanissimi. E invece possono essere così vicine da provocare lutti che si estendono oltre i confini. Il Salento s’è svegliato oggi (29/01/2008) con la notizia che un suo figlio adottivo ha perso la vita in Kenya, nazione africana fino a poco tempo addietro ritenuta fra le più solide, economicamente, e poi improvvisamente caduta in un baratro di odio, dopo le feroci contestazioni alle ultime elezioni presidenziali che hanno visto presidente Mwai Kibaki riconfermato nella carica, con accuse di brogli ed il sangue che ha iniziato a sgorgare per le strade della capitale Nairobi e le altre principali località. Fra le vittime illustri c’è il deputato di opposizione dell’“Orange democratic movement” Mugabe Were, 39enne, da poco eletto e da quattro anni sindaco di Dandora, primo uomo politico a cadere vittima della ferocia incontrollata del paese, che proprio oggi ha visto l’escalation di odio con le bombe sparate sulla folla da alcuni elicotteri.

Omicidio politico? Sembra il movente più ovvio, certo è che Were, ritornato in Kenya nel dicembre scorso per partecipare alla tornata elettorale, era atteso da due killer al varco della sua casa di Westland. Non ha avuto scampo, il 39enne neodeputato. Were a Lecce aveva un rinomato negozio di artigianato africano, "Afrikan Shop" in via Libertini, a ridosso di Piazza Duomo, in una zona dove negli anni si sono diffuse diverse attività gestite da cittadini immigrati di origine africana. A questa attività ne affiancava molte di solidarietà internazinale che gli permettevano di stendere ponti con la sua Terra di origine. Were lascia un ricordo vivido in chi l’ha conosciuto e la comunità africana, per ricordarne la memoria, sta organizzando un corteo di solidarietà.

Mani ostili, a pochi giorni dalla partenza alla volta dell'Italia, non gli hanno permesso di ritornare dalla sua famiglia, dalla sua dolce sposa e dai suoi tre figlioletti.

“Un omicidio che è un duro colpo per la democrazia e la cultura della legalità, della solidarietà e della convivenza civile non solo per il Kenya ma per il mondo intero”. Cosi’ il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola scrive in un messaggio di cordoglio inviato alla famiglia di Werw. “Il suo impegno in favore dei diritti umani e dell’infanzia, pagato con la vita” aggiunge Vendola “sono un esempio limpido di dedizione e di altruismo per tutta la comunità salentina che lo ha accolto e lo ha visto protagonista di numerose iniziative di solidarietà e di integrazione culturale”.

Dal Mondo per il Kenia:

Oggi, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha definito «inaccettabile» la situazione in Kenya, dicendosi «profondamente preoccupato» per le violenze. Ban ha quindi aggiunto di aver già parlato con Kibaki e Odinga, e di aver discusso «questa mattina con il mio predecessore Kofi Annan». Incaricato dall’Unione africana di mediare tra i due leader, Annan ha convocato per oggi la prima tappa del "processo di dialogo" che vedrà impegnati tra mediatori per ciascuna delle due parti.
A favore della pace è tornato a far sentire la sua voce in Kenya anche il candidato alla nomination democratica per le presidenziali Usa, Barack Obama. «È giunto il momento per tutte le parti di rinunciare alla violenza - ha detto ai microfoni dell’emittente radiofonica di Nairobi Capitol FM - è tempo che i leader keniani superino le appartenenze di partito e le loro ambizioni per il bene della pace».

I componenti dell'Associazione Kenda Onlus - Cooperazione tra i Popoli esprimendo il loro cordoglio alla famiglia di Were si rendono disponibili ad effettuare ogni cosa, nelle loro possibilità, per poter continuare quel cammino di pace e cooperazione che l'amico Mugabe, in modo esemplera, stava compiendo.

Fonti: Lecce Prima.it, Sudnews, La Gezzetta del Mezzogiorno, Kenda Onlus.

Libera a Bari
La XIII Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie promossa da Libera in collaborazione con Avviso Pubblico si svolgerà il 15 marzo 2008 a Bari (data anticipata di una settimana rispetto al tradizionale e ufficiale 21 marzo, coincidente con il prossimo venerdì santo). La giornata con il patrocinio della Regione Puglia, della Provincia e della Città di Bari ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie – su quelle pugliesi, circa quaranta, è calato il silenzio - e rinnova in nome di quelle vittime l’impegno di contrasto alla criminalità organizzata. La Giornata della Memoria e dell’Impegno è dedicata a tutte le vittime, proprio tutte.
Dai nomi più famosi a quei semplici cittadini, magistrati, giornalisti, operatori delle forze dell’ordine, imprenditori, sindacalisti, sacerdoti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perché, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere.
Il programma della giornata del 15 marzo è in via di definizione e verosimilmente prevederà: un corteo al mattino (con raduno dalle ore 10); alcuni momenti di riflessione e ricreazione al pomeriggio (nel centro cittadino); uno spettacolo nel pomeriggio. I luoghi della manifestazione sono tutti concentrati in poche centinaia di metri: non sarà necessario muoversi con mezzi pubblici o propri tra le varie fasi della Giornata. Le possibilità alberghiere o di altro genere (palestre, oratori, ecc.) per chi alloggia nei giorni della manifestazione dovranno essere richieste al più presto alla segreteria organizzativa di Bari, in modo da consentirci di raccogliere tutte le esigenze che emergeranno.
Per ciò che concerne il viaggio, Bari è una grande città, facile da raggiungere con tutti i mezzi di locomozione. Prevederemo dei parcheggi per gli autobus e delle navette da stazione e aeroporto. Anche quest’anno l’impegno è di fornire un contributo forfettario per le delegazioni che arrivano da tutta l’Italia, per agevolare l’organizzazione dei viaggi. In relazione alla tipologia (dando priorità alle associazioni e alle scuole aderenti a Libera), alla provenienza e a eventuali situazioni particolari sono definite tre fasce di contributo (fino ad esaurimento risorse): 200,00 €, 400,00 € 600,00 € per i gruppi da 50 unità e multipli.
A tal proposito è necessario far pervenire l’adesione alla Giornata entro il 31 gennaio 2008 presso email all'indirizzo: bari.15marzo@libera.it
Per prepararsi e riflettere sul valore e l’importanza della Giornata della Memoria e dell’Impegno, la giornata è preceduta da molte iniziative, quest’anno, tutte riunite in un cartellone denominato “I centopassi verso il 21 marzo”che si svolgono in tutte Italia.
A mano a mano che si definirà meglio il programma e la logistica della Giornata, sarà nostra cura aggiornare il sito www.libera.it.
Segreteria organizzativa Bari
cell. 320 9637406 – 331 6750081 - Tel. 080 5789746       

e-mail: bari.15marzo@libera.it  - giornata.memoriaeimpegno@libera.it

Janin Jenin

venerdì 28 dicembre 2007

Appello al mondo dell'arte

Il campo profughi di Jenin ospita 14.000 rifugiati palestinesi. Subito dopo l’incursione lanciata il 3 aprile 2002 dall’esercito israeliano («su una scala senza precedenti», per citare un rapporto di Human Rights Watch) con lo scopo ufficiale di catturare o uccidere militanti palestinesi responsabili di attacchi suicidi, il regista e attore Mohammad Bakri girò al suo interno Jenin Jenin. Il film, che mostra soprattutto gli effetti degli attacchi aerei sulle abitazioni civili ed interviste alla popolazione del campo, fu inizialmente bandito in Israele e successivamente autorizzato dall’Alta Corte Israeliana. Tale autorizzazione tuttavia ha permesso solo quattro proiezioni pubbliche a Tel Aviv e Gerusalemme. Bakri è nel frattempo finito sotto processo, accusato da cinque soldati di vilipendio delle forze armate israeliane. Qualora dovesse perdere la causa, dovrebbe pagare l’equivalente di 500.000 euro.
Per chi ha visto il film, le accuse rivolte a Bakri sembrano essere pretestuose, non solo perché l’esercito israeliano in quell’occasione ha commesso contro la popolazione civile «violazioni di leggi umanitarie internazionali, ed alcune di tali violazioni sono equiparabili a veri e propri crimini di guerra» (dal già citato rapporto di HRW), ma anche perché siamo di fronte al rischio concreto che la vicenda di Jenin Jenin e del suo autore, divenga una forma di "attacco preventivo" al diritto di informazione ed espressione artistica in Israele, un attacco rivolto a "futura memoria”. Uno dei messaggi che potrebbero essere veicolati da un eventuale condanna di Bakri in questo processo è che, all’interno di Israele, il racconto dei fatti relativi al conflitto e di tutte le loro versioni possibili sia precluso e da precludere a un cittadino israeliano di origine palestinese, oltre che ai palestinesi stessi, come numerose voci critiche israeliane (sia ebree che palestinesi) stanno faticosamente denunciando da tempo.
Per questi motivi desidereremmo far giungere a Mohammad Bakri il nostro appoggio solidale, ma soprattutto, per i medesimi motivi, riteniamo fondamentale che i mezzi di comunicazione europei e la pubblica opinione possano seguire gli sviluppi e le implicazioni del processo. Anche a questo scopo tra il 28 gennaio ed il 1 febbraio 2008, in coincidenza con la riapertura del processo, verranno organizzate, simultaneamente in diverse città italiane, proiezioni pubbliche del film.
 
26/01/2008 Giornata di Azione Globale

Giornata di Azione Globale, il cui appello è stato già sottoscritto da migliaia di organizzazioni in tutto il mondo e dalle principali reti e campagne del FSM e della Rete dei Movimenti Sociali.

Nel 2008 non si terrà il Forum Sociale Mondiale. Il Consiglio Internazionale del FSM ha invece proposto che il 26 gennaio prossimo si tenga una Giornata di Azione Globale, il cui appello è stato già sottoscritto da migliaia di organizzazioni in tutto il mondo e dalle principali reti e campagne del FSM e della Rete dei Movimenti Sociali
Da precisare che il prossimo Forum Sociale Europeo si terrà a Malmo in Svezia nel settembre del 2008, e il prossimo Forum Sociale Mondiale si terrà a Belem in Amazzonia nel 2009.

Appello per una giornata mondiale di azione e mobilitazione
26 Gennaio 2008
Siamo milioni di donne e di uomini, organizzazioni, reti, movimenti, sindacati da tutte le parti del mondo; veniamo da villaggi, regioni, zone rurali, centri urbani; siamo di tutte le età, genti, culture, credi, ma siamo uniti dalla forte convinzione che

UN ALTRO MONDO E' POSSIBILE

Con tutta la ricchezza della nostra pluralità e diversità e le nostre alternative e proposte, lottiamo contro il neoliberismo, la guerra, il colonialismo, il razzismo e il patriarcato che producono violenza, sfruttamento, esclusione, povertà, fame e disastri ecologici, privando la gente dei diritti umani.

Per molti anni abbiamo resistito e costruito processi innovativi, nuove culture di organizzazione e di azione, dal locale al globale, in particolare partendo dalla Carta dei Principi del Forum Sociale Mondiale, da cui questo appello emerge.

Consapevoli della necessità di stabilire una nostra agenda e di aumentare l'impatto di queste migliaia di manifestazioni ed espressioni, ci impegnamo a rafforzare la solidarietà e convergenza tra le nostre lotte, campagne e costruzioni di alternative ed alleanze.

Ci impegnamo per una settimana di azione comune che culminerà in una Giornata di Mobilitazione e Azione Globale il 26 Gennaio 2008.

Con la nostra diversità che è la nostra forza, invitiamo donne e uomini ad attivarsi per quella settimana con azioni creative, attività, eventi e convergenze focalizzati sulle questioni globali ed espresse nei modi che scelgano.

AGIAMO INSIEME PER UN ALTRO MONDO!

L’appello si può firmare sul sito www.wsf2008.net

dal Kenya

Un fervente appello per la pace e l'assistenza umanitaria

Da Comunita' Koinonia e Africa Peace Point
Fonte: Africa Peace Point - 02 gennaio 2008
Dopo aver assistito all'escalation di violenza in varie parti del paese a seguito dei conflitti sui risultati elettorali presidenziali, ci appelliamo ai protagonisti perché abbraccino la via del dialogo e diano una chance alla pace. È triste notare come oltre 300 persone abbiano perso la vita, molte altre siano state seriamente ferite e oltre 100.000 siano disperse dal 30 dicembre 2007, quando il Presidente della Commissione Elettorale del Kenya Samuel Kvuitu ha annunciato l'esito delle votazioni.
Negli anni, il Kenya è stato un'oasi di pace nella regione, ospitando migliaia di rifugiati in fuga dai paesi prostrati dalle guerre. Non possiamo permettere che i risultati di una votazione ci vedano etnicamente divisi invece di sforzarci di mantenere la pace e di preservare i principi della democrazia.
Il Kenya è orgoglioso di contare alcuni dei suoi figli tra i mediatori di pace internazionali. È esemplare che tre di essi - gli ex-generali Daniel Opande e Lazarus Sumbiywo e l'ambasciatore Bethuel Kiplagat - abbiano già offerto i propri servigi sotto gli auspici di cittadini preoccupati per la pace.
Simili iniziative e quelle dell'Unione Africana, dell'Unione Europea e di altri mediatori attualmente nel paese vanno valorizzate per trovare una soluzione duratura all'impasse attuale. I membri della Comunità Koinonia e dell'Africa Peace Point coordinate da Michael Ochieng' e Fr. Kizito si stanno muovendo tra le bidonville di Nairobi per identificare le vittime della violenza e offrire loro assistenza umanitaria.
Come primo passo verso la riconciliazione è necessario, per la creazione di una commissione d'inchiesta internazionale e indipendente, indagare sul controverso conteggio dei voti presidenziali. Allo stesso tempo, né il Presidente Mwai Kibaki né il suo diretto oppositore Raila Odinga dovranno porre alcuna condizione alle negoziazioni. I due leaders invece inviteranno immediatamente i propri sostenitori ad evitare la violenza e la distruzione della proprietà affinché si possa lavorare alla costruzione della pace, necessaria per il progresso del Kenya.
Per donazioni materiali:
Koinonia Community
Shalom House (Dagoretti Corner, St, D. Comboni Road, off Ngong Road)
P. O. Box 21255, 00505 Nairobi, Kenya
Tel: +254.733.718.714
Per donazioni mediante bonifico bancario:
BANK: CITIBANK
BRANCH: UPPERHILL
ADDRESS: P.O. BOX 30711 - 00100 NAIROBI.
SWIFT CODE: CITIKENA
ACCOUNT NAME: KOINONIA COMMUNITY - PEACE
ACCOUNT NUMBER: 0102 674 065 (EURO)
ADDRESS: P.O. BOX 21255 - 00505 NAIROBI
Al fine di indirizzare i primi e immediati aiuti umani e tutelare donne e bambini, sofferenti e vulnerabili, la Comunità Koinonia Community e l'Africa Peace Point rivolgono un Appello a tutti gli amici del mondo per mobilitare risorse per far fronte all'emergenza umanitaria e fornire i primi aiuti ai residenti delle bidonville di Nairobi, particolarmente colpite dai conflitti seguiti alle contestazioni elettorali. Questi quartieri includono Kibera, Mathare, Korogocho e Kawangware.
Gli aiuti necessari urgentemente sono: cibo, medicine, acqua e servizi igienici, rifugi e infrastrutture, oltre a incontri di mediazione e riconciliazione tra le parti coinvolte. L'appello è coordinato dalla Comunità Koinonia attiva nell'ambito umanitario in Kenya, Zambia e Sudan e dall'Africa Peace Point con esperienza negli Juba Peace Talks.
Michael Ochieng'
Fr. Renato Kizito Sesana Mccj
Note:
Tradotto da Sara Mostaccio per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte, l'autore e il traduttore.
Se volessi approfondire ulteriormente ti invitiamo a visionare anche l'articolo pubblicato qui:
Jalla2008
In completa armonia con i progetti attivi dell'Associazione Kenda Onlus - Cooperazione tra i Popoli, quest'anno è possile sostenere la realizzazione di laboratori di pace in medioriente e più precisamente in Israele e Palestina regalando e regalandosi il calendario solidale Jalla 2008.
Un ringraziamento particolare ad ARS NOVA STUDIO  ed alla TIPOGRAFIA ROMANA per la sensibilità dimostrata nella realizzazione del calendario.

E' possibile visionare online il calendario sul sito:
 http://www.repubblica.it/2007/12/calendari/solidarieta/kenda/kenda/1.html

“JALLA 2008”

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti … e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza (Articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo - 10 Dicembre 1948).

Alle porte del 60° anniversario di questo documento fondamentale, l’Associazione “Kenda Onlus – Cooperazione tra i Popoli” si è interrogata su quanto è possibile fare per non lasciare che la Dichiarazione rimanga solo sulla carta, ma sia fonte ispiratrice di azioni concrete.

Jalla è questo!

“Kenda Onlus – Cooperazione tra i Popoli”, subito dopo la fine della guerra israelo-libanese, ha cominciato a creare laboratori di pace attraverso un progetto di cooperazione internazionale a carattere socio-sportivo nella città di Acco (Israele-Alta Galilea).

Lo scopo del progetto denominato “Quintetto Base”, cofinanziato dalla Federazione Italiana Pallacanestro – Comitato Regionale Pugliese, dalla Uisp (Unione Italia Sport per Tutti) di Bari, dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, dalla Provincia di Bari – Assessorato alla Solidarietà Sociale e Pace, da La Mongolfiera di Bari-Japigia, dalla Custodia di Terra Santa e dalla Municipalità di Akko e patrocinato dal Comune di Bari – Assessorato alla Pubblica Istruzione-Pace, è stato quello di dare vita a  un piccolo cammino, a una silenziosa “buona prassi” che attraverso sinergie locali ha creato quotidiane occasioni di pace, laboratori informali di dialogo tra gruppi nazionali divisi (ebreo e arabo musulmano e cristiano), utilizzando come principale strumento lo sport della pallacanestro.

Dopo la prima annualità del progetto “Quintetto Base”, grazie al lavoro compiuto dal cooperante barese Claudio Carofiglio, si è costituito un gruppo coeso di ragazzi ebrei ed arabi che hanno dato vita ad uno dei rari esempi di unione e collaborazione in questa terra dove la pace non trova dimora.

I ragazzi di “Quintetto Base” hanno formato una squadra. Era arrivato il momento che la stessa avesse un nome per potersi iscrivere ai campionati locali. Chiamarla con il medesimo nome del progetto in un Paese, in cui si parla l’ebraico e l’arabo, non avrebbe comunicato il senso dell’iniziativa. I ragazzi lavorando assieme hanno risolto alla grande il dilemma, decidendo che la squadra si sarebbe chiamata “Jalla Akko” .

Jalla è un’esortazione, un incitamento ed in generale un incoraggiamento ad agire. Essa è condivisa nelle due lingue. Sia un arabo che un ebreo, sia un palestinese che un israeliano, se vogliono incitare qualcuno, si rivolgono gridando JALLA!

Jalla vuole essere questo grido di unione, dove spesso le parole di pace vengono coperte da fragori di guerra.

Il Calendario di Kenda Onlus – Cooperazione tra i PopoliJalla 2008 servirà per raccogliere fondi a sostegno della seconda fase del progetto “Quintetto Base”. Il cammino intrapreso più di un anno fa con l’intento di utilizzare lo sport quale strumento per la trasmissione dei valori della pace, della fratellanza, dell’altruismo, dell’accoglienza e della condivisione, è bene che ancora in questa fase venga sostenuto da contributi esterni. Il primo step è stato superato. La figura del volontario di Kenda è stato sostituita con quella di un operatore locale. Al gruppo originario di ragazzi se ne sono avvicinati di nuovi. Le famiglie dei giovani coinvolti hanno incominciato anch’esse, sia quelle di ebrei che di arabi musulmani e/o cristiani, ad incontrarsi e ad accompagnare il cammino sociale e sportivo dei propri figli. L’Amministrazione locale, oltre che la comunità religiosa cristiana, hanno annoverato “Quintetto Base” fra le attività a compartecipazione pubblica.

Jalla non è solo Quintetto Base. Non è solo l’attività in itinere di Acco.

Jalla vuole essere un cammino di pace che possa legare assieme più progettualità, più attività, più persone da una parte e dall’altra del muro. Quanto è stato realizzato in Alta Galilea, “Kenda Onlus – Cooperazione tra i Popoli”, sta cercando di riproporlo, magari rimodulato, anche in altre aree di questa regione.

Betania, neo costituita municipalità palestinese dopo la “segregazione” di una parte di periferia di Gerusalemme per mezzo del muro di contenimento, è il prossimo comune in cui i volontari Kenda Onlus – Cooperazione tra i Popoli”, concentreranno i propri sforzi.

Incominciare con lo sport, in una zona che manca di servizi essenziali, è sembrato poco opportuno. Alla richiesta di collaborazione di Samar Sahhar (candidata al Nobel per la pace nel 2005) l’Associazione ha risposto con “Bethany Medical Cultural Centre – BMCC”.

Il progetto, così come il nome stesso suggerisce, a forte vocazione medica e socio-culturale, realizzato in una  cittadina a ridosso di Gerusalemme, vuol essere anch’esso un’esortazione alla pace, uno Jalla che sproni le coscienze e che crei una fessura in quel muro che solo una minoranza ha accettato.

Lo Jalla che Kenda vuole gridare a Betania è un richiamo all’Articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. È un’invocazione che si è certi che verrà ascoltata anche oltre quella barriera alta 8 metri.

Jalla è l’idea di pace dei due gruppi nazionali israeliani e palestinesi e poiché si tratta di una parola, per diffondersi,  non può trovare come migliore strumento se non quello di viaggiare attraverso le bocche di tutti  e come migliore cassa di risonanza le orecchie di tutti quelli che l’ascoltano.  

Per  “Jalla 2008”, fra tutti, si ringraziano  i due autori della mostra fotografica itinerante “Mettersi In Mezzo” da cui si sono ricavate le foto del calendario, Marco Ranieri e Claudio Carofiglio; i finanziatori dell’iniziativa de La Mongolfiera di Bari-Japigia; il curatore del progetto grafico Manuel Bonavolgia di Ars Nova Studio, il responsabile della stampa Gianni Ferrara e la Tipografia Romana; il giornalista Marcello Greco e la Redazione di Rai News 24; tutti coloro che richiedendo copia del calendario, sosterranno questi passi e queste parole di pace in Medio – Oriente e tutti gli instancabili volontari dell’Associazione “Kenda Onlus – Cooperazione tra i Popoli”, senza i quali nulla si sarebbe riuscito a realizzare. 

 

P.S. Tutti coloro che volessero contribuire a sostenere il progetto lo possono fare attraverso una donazione sul Conto Corrente di Banca Etica n. 000000513170 ABI 05018 – CAB 12100 CIN Z intestato a Kenda Onlus, oppure attraverso vaglia intestato a Kenda Onlus – Via Amendola, 199/D 70126 Bari.

 

Al momento della prossima dichiarazione dei redditi è possibile anche donare il 5 per mille dell’IRPEF inserendo nell’apposito riquadro il Codice Fiscale di Kenda Onlus: 93321940723.

 

Il sostegno può grande che si possa offrire è quello di diventare attivisti dell’Associazione e di contribuire alla realizzazione delle attività su scala locale ed internazionale.

 

Per ulteriori informazioni:

Kenda Onlus – Cooperazione tra i Popoli - Via G. Amendola, 199/D - 70126 Bari – 3385853905 - www.kenda.info - kenda@kenda.info

 

oppure Francesco Pellecchia  - 3478356658 – 3921250969 - francescopellecchia@yahoo.it, Emanuele Abbattista 3495617744 – 3925313715 - abbattistaemanuele@gmail.com, Mara Ferrara - 3494651452 – 3925349238 maraferrara@libero.it


"Il graffitaro invisibile"
A Betlemme le immagini provocatorie e irriverenti di Banksy, il writer senza volto al quale da quest'anno è stato dedicato anche un museo.
 
 
Fonte: repubblica.it
Il Ramadan di Rabbi Nathan
Fonte Antenne di Pace.

La festività ebraica dello Yom Kippur e quella musulmana del Ramadan si celebrano contemporaneamente quest'anno. Un Rabbino ed un Imam pregano uno di fronte all'altro presso la tomba di Rachele, con l'anima a cavalcioni del muro alto 12 metri che li separa.
La parte vera di questa storia mi è stata raccontata: un rabbino smarrito cercava la tomba di Rachele, ma la costruzione del muro lo aveva messo in confusione e non sapeva come raggiungerla. Si lamentava dicendo: "Un tempo andavo anche a piedi".
Testo di Laura Conti, foto di Federica Battistelli (Caschi Bianchi in Israele/Palestina)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 25 settembre 2007

"Come diavolo funziona questo coso ... allora: http://www.rachelstomb.org/".
Sullo schermo compare: Benvenuti nel sito della Tomba di Rachele, Betlemme, Israele.
Nathan è confuso. Dall'alto della sua esperienza di Rabbino Gilo terminal checkpoint. Foto di Federica Battistelli, settembre 07. settantacinquenne, proprio non riesce a simpatizzare con Internet: gli sembra tutto così immateriale, volatile e la vecchia scuola gli insegna che la 'pietra resiste ai secoli per la sua essenza, la parola, invece, nasce e muore nello stesso istante in cui è pronunciata'. L'unica cosa che sa è che vuole visitare la tomba della profetessa Rachele in occasione del digiuno dello Yom Kippur. Sul sito riesce a leggere la storia, a fare un tour virtuale e a sottoscrivere, inconsapevolmente, l'adesione al programma "Sostieni Israele: porta una pizza a un soldato che fa la guardia alla tomba", ma proprio non trova l'esatta ubicazione del sito. Manda a strabenedire il pc e decide di prendere un autobus: troverà la tomba da solo. In gioventù c'è stato più di una volta. Ma un tempo si andava a piedi, in pellegrinaggio, insieme agli altri rabbini, e il giorno seguente si faceva un picnic con la comunità. Adesso i tempi sono cambiati: lui non ce la fa a camminare e la comunità la incontra soltanto di Shabbat. Non si ricorda nemmeno bene come siano fatti gli autobus. Chiede ad un ragazzino quale autobus deve prendere per 'Gilo', perché si ricorda che la tomba si trova vicino all'insediamento di Har Gilo. Il giovane, perplesso, indica un piccolo pullmino bianco a bande blu, con il numero "124" e la scritta in inglese: Bethlehem. Il Rabbino sale sul mezzo: "Shalom!". L'autista, un arabo di un metro e 50 un po' stempiato, lo guarda come se avesse visto Arafat redivivo, stacca un biglietto da 3,50 shekel (70 centesimi) e lo porge all'uomo. Automaticamente tutti gli occhi presenti nell'abitacolo del pullman si concentrano su un punto, ovvero, verso di lui. Rabbi non se ne accorge, stamattina ha messo un collirio negli occhi per contrastare la cataratta ormai diffusa nel suo occhio destro, ma soprattutto non si è reso conto di essere salito su un autobus palestinese, pieno di arabi, quelli con la carta d'identità verde, lavoratori e studenti diretti a casa loro, Betlemme, città nei Territori Palestinesi. Si siede accanto ad un vecchio con la kefia in testa che scambia per una suora col velo particolarmente variopinto, e si immerge nella lettura del libretto di preghiere.
Quando l'autobus si ferma al capolinea, i passeggeri si riversano fuori correndo e sgomitando. "Quanta furia", pensa Nathan che esce per ultimo. Vede una fila di gente, scomposta e rumorosa: uomini, donne, ragazzini che vendono caramelle, tutti compresi a scambiarsi rispettosamente sudore, improperi, risate o sguardi eloquentemente spenti. Ma al centro dell'attenzione di quella Simmenthal umana ritorna ancora una volta quel pazzo di un rabbino. Mousa, dal basso dei suoi 9 anni prova a sfilargli il portafoglio, ma è debitamente redarguito da un ceffone formato famiglia della madre. Fra spintoni e scherni il devoto rabbino riesce a raggiungere il bandolo della matassa, ovvero la fine della coda. Ad accoglierlo Uri, un diciassettenne con la scodella da soldato in testa, la faccia di chi è annoiato a morte per essere lì di Yom Kippur; continua a dire ad intervalli di cinque minuti, in un arabo tradito dalla sua 'r' moscia, che da lì non si passa, che è tutto chiuso per la festa, ad una calca di gente infuriata ma impotente.
- Ehi tu? Che fai qui? Sei pazzo o scemo? - si rivolge a Nathan
- Sono in fila da tre ore. Voglio andare a pregare sulla tomba di Rachele
- Non puoi stare qui ... chi sei? mostrami la tua I.D?
- Insomma, che modi. Abbi rispetto per un rabbino - e fa per prendere la carta d'identità dalla tasca, dove malauguratamente c'è il rigonfiamento del piccolo rotolo di Torah che porta con sé.
- Non muoverti di un millimetro ... Ha una bomba! Il muro di separazione, foto di Federica Battistelli, settembre 07.
Nathan si ritrova col naso spalmato sull'asfalto, le braccia legate dietro la schiena e due o tre canne di M-16 puntate alla nuca. Non capisce più nulla, gli verrebbe da piangere per lo sconforto, nemmeno riesce a parlare. Dopo un'accuratissima perquisizione i cui particolari lo stesso Nathan vorrà dimenticare, i soldati si convincono che non è un terrorista mascherato e lo cacciano via con classe: "Ci scusi 'rav' ma l'abbiamo fatto per la sua sicurezza".
Intontito, il vecchietto cammina lungo il perimetro di quel muro di cemento che proprio non ricordava esserci l'ultima volta che era stato là, circa quattro anni fa. Nathan è confuso. Gira ormai da tre ore, fra cancelli chiusi, filo spinato, giovani soldati irriverenti che lo sbeffeggiano. La fame, il caldo dovuto al suo abito penitenziale, gli annebbiano il cervello. Lui voleva solo pregare sulla tomba della profetessa ed, invece è su una strada sgangherata piena di jeep militari e di 'arabi' (perché alla fine si accorge che erano arabi) che lo guardano storto. Trova un punto vagamente familiare e decide che la tomba debba essere proprio dietro a quelle mura. Inizia la sua orazione.
"Ah ecco. Ma come capisco dove devo andare? Ma si paga per entrare?"

Lo Yom Kippur cade nello stesso mese in cui i musulmani celebrano il Ramadan. Dall'altra parte, diversi uomini palestinesi che non sono potuti andare a pregare a Gerusalemme, decidono di sostare in preghiera davanti al checkpoint di Gilo. Davanti a loro Ahmad, guida spirituale della Moschea di Betlemme, settantacinque anni ed un terzo di denti rispetto a quelli normalmente in dotazione.
Entrambi gli stomaci brontolano: sia quello di Ahmad che quello di Nathan, effetto di uno stesso digiuno sacro che a settantacinque anni si stenta ad osservare. Entrambe le ginocchia si piegano, sudando a contatto con lo stesso asfalto rovente di settembre. Le due bocche sussurrano salmi e preghiere in lingue, sì diverse, ma con la stessa cadenza, e lo stesso silenzio ma soprattutto lo stesso spirito pronto ad elevarsi, e probabilmente le loro anime sono sedute a cavalcioni su quel muro alto 12 metri mentre dialogano con l'Altissimo. Un soldato dalla torretta di guardia invece assiste alla scena perplesso e divertito. È troppo giovane per capire la piccola bellezza di quel momento: un rabbino ed un Imam - ma prima di tutto due uomini - che pregano uno di fronte all'altro. A separarli, solo un muro.
A circa cinque metri da dove Nathan celebra il suo Ramadan-Kippur, c'è un cartello giallo, con caratteri in ebraico con su scritto: "Tomba di Rachele, ingresso riservato ai soli ebrei osservanti dalle 9 alle 20. Entrata lato muro".
Esempi come questi testimoniano condizioni durissime di vita, di non pace, di negazione o riduzione dei diritti. Poter dare un giudizio oggettivo non è cosa semplice. Al momento non ci proviamo neanche, però, vorremmo parlarne assieme. Avviare con tutti voi lettori un profonda analisi, scevra da fondamentalismi, estremismi ed intolleranze, che porti ad attivare tutte quelle azione possibili per non permettere che qualcuno possa negare i diritti del proprio fratello. Mettersi in Mezzo, non come un Muro, ma come un Ponte, per allacciare la PACE. Potrebbe essere un'idea.
F.P. K

Festa della Pace del 21-23/09/2007 presso il Centro Mongolfiera di Bari- Japigia

Presentazione del progetto di cooperazione internazionale Quintetto Base, realizzato nella città di Akko-Israele. Trasferta e testimonianza dei beneficiari dell’iniziativa.

L’Associazione Kenda Onlus – Cooperazione tra i Popoli, come concordato con Annalisa Evangelista,  presenterà nelle giornate della Festa della Pace il progetto di cooperazione internazionale Quintetto Base, realizzato nella città di Akko-Israele.

 

L’obiettivo dell’iniziativa, portata avanti da un volontario barese, è stato quello di creare “laboratori di pace” utilizzando svariati strumenti, il principale dei quali è stato lo sport e la pallacanestro in particolare.

Grazie al basket si è permesso di attivare scambi sociali tra i due gruppi più rappresentativi quello israeliano-ebraico e quello arabo-musulmano e cristiano, trasmettendo i valori della pace, della fratellanza, dell’altruismo, dell’accoglienza e della condivisione.

Il cammino, considerando i contesti storici, la geopolitica del Paese, che è iniziato a cavallo della fine degli scontri bellici israelo-libanesi e che nella Città rarissime sono le iniziative che hanno lo scopo di unire i due gruppi sociali, è stato abbastanza difficile, ma ha dato i risultati sperati.

Si è costituito un gruppo misto stabile, formato da 40 ragazzi, di cui 20 che continueranno, con l’accompagnamento di attori locali, l’esperienza intrapresa, sia dal punto di vista sportivo che socio-formativo.

 

Nel pomeriggio di sabato 22/09/2007, alle ore 19:00, avrà luogo la tavola rotonda “PROGETTI DI PACE – PRESENTAZIONE DEL PROGETTO DI COOPERAZIONE INTERNAZIONALE QUINTETTO BASE” in cui verrà illustrata la genesi, gli obiettivi ad oggi realizzati ed il futuro del Progetto, inserito nel contesto geo-politico dell’area.

 

Gli ospiti per la tavola rotonda del sabato pomeriggio saranno:

una rappresentanza di 4 ragazzi del progetto Quintetto Base
Claudio Carofiglio cooperante di Kenda ad Akko,
Marco Ranieri esperto di Kenda per l’Area Mediorientale,
Samar Sahhar rappresentante delle donne palestinesi dei territori occupati,
Assessorato Trasparenza e cittadinanza attiva, Organizzazione e gestione risorse umane, Affari generali, Contratti e appalti, Contenzioso, Demanio marittimo, Sport, Politiche
giovanili
Assessore Solidarietà Sociale, Pari Opportunità e Politiche dell'Accoglienza, Pari opportunità e Pace della Provincia di Bari Antonello Zaza,
Assessore alla Pubblica istruzione, Politiche giovanili, Politiche per l'infanzia, Accoglienza, Pace del Comune di Bari Pasquale Martino,
il Presidente della FIP-Puglia Margaret Gonnella ed il Presidente della UISP-Bari Elio di Summa.

 

Nella mattinata di domenica 23 settembre (Le partite inizieranno alle 10:00) , con la collaborazione della FIP-Puglia si organizzerà il quadrangolare amichevole di basket 3 contro 3 tra la rappresentanza della squadra nata dal progetto Quintetto Base, Yalla Akko (nome scelto dai ragazzi beneficiari dell’intervento perché l’esortazione Yalla è comune sia al linguaggio ebraico, che arabo, quindi è già un primo segno di unione), e tre squadre giovanili pugliesi.

 

VITTIME DELLE MAFIE: A BARI LA XIII GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL'IMPEGNO
“Puglia arca di pace e non arco di guerra” è la frase di Don Tonino Bello che nel 15° anniversario della sua scomparsa, farà da slogan alla XIII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie in programma a Bari il 15 marzo 2008. a Bari il 15 marzo 2008.
La scelta di Bari quale sede dell’importante evento, che ogni anno accoglie decine di migliaia di partecipanti da tutta Italia per testimoniare la lotta contro la criminalità organizzata è stata ufficializzata da don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione “Libera”, martedì 31 luglio nel corso di una conferenza stampa che si è svolta a Palazzo di Città alla presenza del sindaco Michele Emiliano, del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, e di Mimmo Stufano, vice-presidente nazionale di “Avviso Pubblico”.
In apertura dell’incontro, moderato da don Raffaele Bruno, coordinatore regionale di Libera per la Puglia il Sindaco Michele Emiliano ha ringraziato Don Ciotti per aver accolto favorevolmente la candidatura della città di Bari ad ospitare l’importante appuntamento.
“Una preziosa occasione - ha dichiarato Michele Emiliano - per confermare l’impegno della città e di tutta la Puglia nel costruire una base di lavoro comune finalizzata all’affermazione dei diritti negati dalla violenza di tutte le mafie”.
“Vorrei - ha continuato il sindaco - che l’anno 2008 sia per Bari l’anno della legalità per dare continuità e maggiore impulso a tutte quelle azioni che concretamente coinvolgono la cittadinanza sui temi della responsabilità civile. Il 2008 qui a Bari lo festeggeremo anche assistendo alla rinascita del Teatro Petruzzelli, barbaramente strappato alla Città la notte del 26 ottobre 1991.
Oggi si apre il cantiere dei lavori che porterà il 15 marzo 2008 a Bari migliaia di persone provenienti da tutta Italia e ci auguriamo anche da altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Ma soprattutto a Bari in quei giorni arriveranno giovani che credono fermamente nell’insegnamento lasciatoci da chi ha perduto la vita compiendo il proprio dovere, lavorando onestamente, per farci abituare, come diceva Paolo Borsellino, “a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità”.
“Per Bari, per tutta la Puglia celebrare la XIII Giornata della memoria e dell’impegno non è solo un onore - ha dichiarato Nichi Vendola - ma soprattutto una responsabilità, consapevoli come siamo che memoria non è sfogliare l’album del dolore ma seminare atti concreti, capaci di germogliare un futuro diverso”.
Don Luigi Ciotti, l’ultimo a prendere la parola, ha ricordato i tre morti nel rogo del 24 luglio scorso a Peschici, vittime di incendi dolosi appiccati da mani criminali, al servizio di una malavita che sta letteralmente devastando gran parte del patrimonio boschivo del nostro Paese.
Presidiare la legalità è un gesto che spetta ad ogni singolo cittadino: l’antimafia sociale che Libera propone e pratica è proprio un atteggiamento di responsabilità diffusa, che produce azioni coerenti condivise da tutti gli attori sociali e istituzionali.
La memoria si lega indissolubilmente all’impegno per produrre quella marcia in più che dona forza alle nostre idee, che le fa camminare.  Don Ciotti ha poi ricordato le vittime di tutti i soprusi e le illegalità: non solo le morti di mafia in senso stretto ma anche le morti sul lavoro, le morti dei migranti in cerca di una vita migliore nella fortezza Europa, le morti per overdose.
Drammi variamente riconducibile a un sistema di ingiustizia e di violenza che va combattuto fianco a fianco dalle istituzioni, dalle associazioni, dal mondo del terzo settore e da tutti coloro i quali pensano, con Tonino Bello, che la pace si costruisca giorno per giorno.
Il 15 marzo del 2008 a Bari avrà luogo la marcia dell’impegno e della memoria, con partenza dal parco di Punta Perotti e arrivo in piazza della Libertà… perché nella lotta contro tutte le mafie anche i simboli sono importanti.
 
                                            www.comune.bari.it

31-LUGLIO-2007




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